La Cina apre sui dazi: “I negoziati con gli Usa un passo importante”. Trump: “Grandi progressi”
di Raffaele RicciardiOggi a Ginevra si corre la maratona. Quella delle delegazioni commerciali di Usa e Cina è partita ieri e prosegue in giornata. Lontano da occhi indiscreti, nella villa della rappresentanza svizzera presso le Nazioni Unite affacciata sul lago, sono confluite su auto dai vetri oscurati le squadre guidate da una parte dal segretario al Tesoro americano, Scott Bessent, con il rappresentante commerciale Jamieson Greer, e dall’altra dal vicepremier cinese He Lifeng, fedelissimo di Xi, con il consigliere per la sicurezza Wang Xiaohong. È durato ore, divise in due round di colloqui, il primo faccia a faccia “di alto livello” tra superpotenze per cercare di deporre le armi dei dazi e trovare, se non proprio una pace, almeno un cessate il fuoco mentre proseguono le trattative.
Pechino ha affidato all’agenzia di stampa Xinhua un commento avaro di dettagli: «Un passo importante» verso una soluzione al problema, che richiede pazienza e determinazione.
Nella notte italiana, Trump ha salutato i c…
Oggi a Ginevra si corre la maratona. Quella delle delegazioni commerciali di Usa e Cina è partita ieri e prosegue in giornata. Lontano da occhi indiscreti, nella villa della rappresentanza svizzera presso le Nazioni Unite affacciata sul lago, sono confluite su auto dai vetri oscurati le squadre guidate da una parte dal segretario al Tesoro americano, Scott Bessent, con il rappresentante commerciale Jamieson Greer, e dall’altra dal vicepremier cinese He Lifeng, fedelissimo di Xi, con il consigliere per la sicurezza Wang Xiaohong. È durato ore, divise in due round di colloqui, il primo faccia a faccia “di alto livello” tra superpotenze per cercare di deporre le armi dei dazi e trovare, se non proprio una pace, almeno un cessate il fuoco mentre proseguono le trattative.
Pechino ha affidato all’agenzia di stampa Xinhua un commento avaro di dettagli: «Un passo importante» verso una soluzione al problema, che richiede pazienza e determinazione.
Nella notte italiana, Trump ha salutato i colloqui affermando che le due parti hanno negoziato "un reset totale... in modo amichevole, ma costruttivo". Sulla piattaforma Truth ha definito “ottimo” l’incontro, con “molte cose discusse, molte concordate", aggiungendo: "Vogliamo vedere, per il bene sia della Cina che degli Stati Uniti, un'apertura della Cina al business americano". Poi la chiosa, tutta a caratteri maiuscoli: “GRANDI PROGRESSI FATTI!!!".
Toni dunque in qualche modo concilianti, dunque, mentre sul Global Times, tabloid del partito, si continuava a puntare il dito contro «l’incertezza creata dalle politiche tariffarie statunitensi» e si addossava a Washington la responsabilità di sciogliere il nodo che ha creato. L’economia del Dragone avrebbe le spalle abbastanza larghe da resistere a questa guerra di posizione, mentre il Pil americano scivolava in contrazione nel primo trimestre. Ragion per cui gli Usa avrebbero maggiore urgenza di impegnarsi nei colloqui. Certo, Pechino ha dimostrato di avere ottime carte da giocare, a cominciare dal monopolio sulle terre rare. Ma dietro la maschera della fermezza si è via via fatta strada la necessità di mettersi al tavolo.
D’altra parte il Dragone è in deflazione e le sue fabbriche, già in eccesso di produzione, rischiano di fermare le linee di assemblaggio destinate a riempire i container per i porti americani. Il timore è che, sul modello dell’accordo con il Regno Unito, Trump (che dice di avere già in tasca altre 4-5 intese) tagli fuori le aziende cinesi dalle catene del valore globali.
Al tavolo all’ombra delle Alpi siedono 46mila miliardi di dollari di Pil combinato e oltre 700 miliardi di interscambio commerciale, che secondo Bloomberg Economics rischiano di svanire per il 90% se restassero in piedi le attuali tariffe a tripla cifra. Ma se ne cancellerebbe il 60% pure ai livelli del “Liberation day”, quando Trump introdusse quelle reciproche del 34 per cento.
Il presidente Usa è alle prese con i timori di scaffali vuoti, di prezzi in salita e con gli alert di Fmi e Fed sulle ripercussioni che gli americani (e la sua popolarità) potrebbero pagare. Ragione in più per credere che «l’80%» buttato lì venerdì sui social come un livello di dazio alla Cina che «sembra giusto», sia un numero che entrambe le parti auspicano di rivedere al ribasso. La presidente svizzera Karin Keller-Sutter ha invocato lo Spirito Santo per il buon esito dei colloqui: in pochi scommettono su una fumata bianca rapida come quella di San Pietro.