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Allarme di Urso sull’Ilva: “Può finire come Bagnoli”

(reuters)

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Lo stop giudiziario all’altoforno 1 potrebbe bloccare la trattativa con Baku Steel. Per i pm “l’acciaieria ha ridimensionato l’incidente”
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BARI – Lo spettro di una nuova Bagnoli aleggia sull’ex Ilva. Il rischio che il rilancio del complesso siderurgico più grande d’Europa, faticosamente cercato attraverso la trattativa per la vendita, si trasformi in un’illusione, lasciando un cimitero industriale con un carico di veleni ambientali e macerie sul piano occupazionale, è un’ipotesi tutt’altro che remota. È il ministro delle Imprese e del Made in Italy, Adolfo Urso, ieri a Taranto insieme con la ministra dell’Università, Anna Maria Bernini, per l’inaugurazione del Tecnopolo fra le contestazioni di alcune associazioni, a evocare un epilogo come quello dell’ex polo siderurgico alle porte di Napoli.

Il sequestro probatorio, senza facoltà d’uso, dell’altoforno 1, disposto …

BARI – Lo spettro di una nuova Bagnoli aleggia sull’ex Ilva. Il rischio che il rilancio del complesso siderurgico più grande d’Europa, faticosamente cercato attraverso la trattativa per la vendita, si trasformi in un’illusione, lasciando un cimitero industriale con un carico di veleni ambientali e macerie sul piano occupazionale, è un’ipotesi tutt’altro che remota. È il ministro delle Imprese e del Made in Italy, Adolfo Urso, ieri a Taranto insieme con la ministra dell’Università, Anna Maria Bernini, per l’inaugurazione del Tecnopolo fra le contestazioni di alcune associazioni, a evocare un epilogo come quello dell’ex polo siderurgico alle porte di Napoli.

Il sequestro probatorio, senza facoltà d’uso, dell’altoforno 1, disposto dalla Procura della Repubblica di Taranto dopo l’incendio sviluppatosi mercoledì scorso e convalidato ieri, rende molto più complicata la trattativa con il gruppo azero Baku Steel. «Se il sequestro prevederà anche lo stop alla manutenzione degli impianti - avverte Urso - è facile immaginare quali possono essere le conseguenze. È chiaro che se qui si crea un’altra Bagnoli, finirà come a Bagnoli». Di fatto la trattativa per la vendita si blocca. Senza contare le conseguenze sul piano produttivo, occupazionale e finanziario. Lo stabilimento di Taranto continua a perdere circa un milione al giorno. Adesso che rimane attivo il solo altoforno 4, la situazione è destinata a peggiorare. «Se non vi è funzionalità, il negoziato si interrompe e nessuno mai scommetterà sulla riconversione industriale e tecnologica di quello che era l’impianto siderurgico più grande d’Europa», taglia corto Urso. C’è poi l’aspetto occupazionale. «Con l’inibizione all’uso - avverte Urso - dovremo prevedere, e l’ho già annunciato ai sindacati, un numero consistente di lavoratori in cassa integrazione».

La partita diventa complicata. Nonostante l’incognita dell’autorizzazione integrata ambientale, i commissari di Acciaierie d’Italia in amministrazione straordinaria puntavano a chiudere la trattativa con Baku Steel prima della pausa estiva, anche per far fronte alla difficile situazione economico-finanziaria della società, che nel corso del tempo ha richiesto ripetuti interventi pubblici. L’ultimo, due mesi fa, di 250 milioni.

Nelle otto pagine del provvedimento di convalida del sequestro viene descritto un quadro della situazione impietoso. Da un lato si racconta di una struttura che ha collassato. Dall’altro si ipotizza un comportamento omissivo dell’azienda, che non avrebbe denunciato il fatto come «un incidente rilevante». «Potrebbe succedere ancora - dicono i pm, diretti dalla procuratrice capo, Eugenia Pontassuglia - per questo non può continuare a funzionare». Secondo quanto ricostruito dalla Procura sulla base di immagini, testimonianze e fotografie raccolte dai carabinieri del Noe, nell’altoforno 1 c’è stata una fuoriuscita di «gas che veniva seguita quasi contemporaneamente, dal getto di ingente materiale incandescente che, al contatto con il gas incendiato, prendeva repentinamente fuoco». Da quanto sembra, si è trattato di un cedimento strutturale improvviso di una parte dell’impianto che avrebbe dovuto essere «oggetto di sostituzione completa» tra il 2012 e il 2015. E di manutenzione da non più di un anno, visto che l’altoforno era stato riaperto il 15 ottobre 2024. La stessa azienda, secondo i pm, non è stata in grado di individuare le motivazioni del cedimento. «Ciò che emerge - si legge nel provvedimento - è l’assenza di eventi esterni (addebitabili all’attività umana o ad altro), in grado di recidere il nesso causale tra l’evento e le condizioni generali dell’impianto». Esiste, poi, un aspetto che riguarda il comportamento dell’azienda. Secondo l’accusa, la società avrebbe provato a ridimensionare l’accaduto, evitando la comunicazione. Al momento, sono indagati tre dirigenti dell’azienda: Maurizio Saitta, Benedetto Valli e Arcangelo de Biasi. Il futuro dell’acciaieria più grande d’Europa è sempre più incerto.

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