“L Catterton punta ancora sull’Italia”
Giovanni PonsUna sessione di trading a Palazzo Mezzanotte organizzata da Webank.
Un fondo di private equity globale che punta le sue carte anche sulla moda italiana. È quello nato nel 2016 dall’unione di due realtà che operavano in aree diverse, l’americana Catterton specializzata in acquisizioni di aziende di beni di consumo in Usa e Sud America, e L Capital, il braccio nel private equity di Lvmh e della famiglia Arnault con interessi in Europa e Asia. Ne è venuto fuori L Catterton, un private equity che spazia in quattro continenti, che da 4 miliardi di dollari in gestione con 120 professionisti è passato, dopo quasi dieci anni, a 36 miliardi di masse raccolte con 17 uffici e 220 professionisti.
Vista la vicinanza con Bernard Arnault e Lvmh L Catterton viene spesso identificato come una sorta di longa manus del fondatore del colosso del lusso e tra gli uomini più ricchi del pianeta. Ma a guardar bene non è prorpio così. In seguito alla fusione del 2016 Lvmh e la famiglia Arnault controllano il 40% della società di gestione del fondo mentre il 60% è in mano ai p…
Un fondo di private equity globale che punta le sue carte anche sulla moda italiana. È quello nato nel 2016 dall’unione di due realtà che operavano in aree diverse, l’americana Catterton specializzata in acquisizioni di aziende di beni di consumo in Usa e Sud America, e L Capital, il braccio nel private equity di Lvmh e della famiglia Arnault con interessi in Europa e Asia. Ne è venuto fuori L Catterton, un private equity che spazia in quattro continenti, che da 4 miliardi di dollari in gestione con 120 professionisti è passato, dopo quasi dieci anni, a 36 miliardi di masse raccolte con 17 uffici e 220 professionisti.
Vista la vicinanza con Bernard Arnault e Lvmh L Catterton viene spesso identificato come una sorta di longa manus del fondatore del colosso del lusso e tra gli uomini più ricchi del pianeta. Ma a guardar bene non è prorpio così. In seguito alla fusione del 2016 Lvmh e la famiglia Arnault controllano il 40% della società di gestione del fondo mentre il 60% è in mano ai partner con J.Michael Chu e Scott A.Danke, fondatori di Catterton, nel ruolo di co-amministratori delegati. «I partner sono circa sessanta e formano un team globale con una governance che assicura indipendenza, Lvmh non ha poteri nella selezione degli investimenti - spiega Luigi Feola, Managing Partner Europe di L Catterton -. Ma con Arnault e Lvmh c’è una partnership strategica che porta vantaggi nella ricerca di nuovi affari e nel coinvestimento in operazioni specifiche. Inoltre siamo supportati da una rete globale di alleanze strategiche, che ci aiutano a generare valore per le nostre partecipate».
L’Italia è sempre stata nel radar prima di Catterton, quando era stato fatto un investimento in Intercos, e poi di L Catterton, con l’apertura di un ufficio a Milano e poi con quattro investimenti in aziende di moda e beauty per un totale, ad oggi, di oltre un miliardo di capitale impiegato nel Paese. «L’Italia è un mercato ricco di eccellenze con tante aziende che hanno bisogno di crescere all’estero oppure che hanno le potenzialità per essere quotate in Borsa», osserva Feola.
Nel 2021 L Catterton ha acquisito il 60% di Etro dalla famiglia proprietaria. All’inizio di quest’anno il fondo ha poi proceduto a un aumento di capitale che ha portato la quota di proprietà al 70%. «Con il nostro ingresso abbiamo rinnovato il management e la direzione creativa, e oggi stiamo registrando una crescita solida in mercati chiave come Europa e in Giappone – rivela Feola –.
Al momento non abbiamo intenzione di uscire dall’investimento. I fondamentali del brand e la redditività sono notevolmente migliorati, e si può dire che siamo solo a metà del percorso». Smentendo così le indiscrezioni circolate a inizio anno che indicavano Mayhoola, la finanziaria della famiglia reale del Qatar, che ha già in portafoglio Valentino, interessata all’acquisizione del 100% di Etro.
Il fondo non compra solo quote di maggioranza, ma si tiene un margine di flessibilità anche per acquisire minoranze, da un minimo di 5 milioni a un massimo di 5 miliardi, impiegando risorse tratte da diversi fondi. L’importante è che ci sia un allineamento forte con il management e la prospettiva di creare valore aggiuntivo. «Quando decidiamo di disinvestire, in media dopo 5-7 anni dall’ingresso in un’azienda, l’uscita che preferiamo è quella di un accordo con un operatore strategico del settore (50%), in seconda battuta possiamo promuovere una Ipo (25%), o una vendita ad altri operatori finanziari (25%)», afferma Feola. Nel caso di Birkenstock, per esempio, la Borsa è stata l’occasione per un parziale disinvestimento, e il titolo, offerto a 46 euro in Ipo, ora è intorno a 52.
Nel maggio 2024 L Catterton ha lanciato un’Opa sul 36% del capitale di Tod’s della famiglia Della Valle per promuovere un delisting della società da Piazza Affari. Un’operazione da oltre 500 milioni che permette alla maison di togliersi dai riflettori della Borsa e puntare a uno sviluppo di lungo periodo insieme a un partner strategico.
Il terzo investimento italiano di L Catterton è del luglio 2024 e ha come oggetto la maggioranza di Kiko Milano, società di cosmetica della famiglia bergamasca Percassi con 800 milioni di fatturato. I numeri dell’investimento non sono noti ma fonti vicine all’operazione hanno parlato di un enterprise value di 1,4 miliardi. I Percassi sono rimasti nella società e l’idea è quella di sviluppare la crescita in Europa, Gran Bretagna e Stati Uniti. «Dal 1989 a oggi con i diversi fondi L Catterton abbiamo concluso circa 300 operazioni. Sottoscriviamo un ritorno atteso di 2-3 volte il capitale investito e, in molti casi, abbiamo superato tali risultati. La leva finanziaria che applichiamo è in media di circa 3 volte, inferiore al 5 del mercato poiché preferiamo reinvestire nella crescita e ridurre i rischi di un aumento del costo del denaro», spiega Feola. Anche se al momento il rischio maggiore riguarda la politica shock di Trump sui dazi che potrebbe impattare sui consumi. «Abbiamo un portafoglio ben diversificato e con una bassa esposizione ai dazi – conclude Feola – e, pur continuando a monitorare con attenzione l’evoluzione della politica americana, riteniamo che l’impatto sui consumi potrebbe essere contenuto».