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I piani europei per la pensione dopo il flop, cercano il rilancio

Senior couple having meeting with financial advisor or insurance agent at home. 

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I Pepp sono stati lanciati nel 2019 per favorire la mobilità dei lavoratori, ma sono rimasti confinati a pochissimi Stati. La Commissione studia modifiche per uniformare le norme e renderli più attraenti
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Doveva – voleva - essere un modo per creare uno strumento pensionistico finalmente europeo. E per rendere più facili i trasferimenti dei lavoratori da un luogo all’altro della Ue conservando la propria pensione di scorta. Ma i Pepp, in verità, che potevano partire già dal 2019 (in Italia dal 2022), non sono mai decollati veramente. Un flop. Ora i “Piani pensionistici pan europei” sono una dozzina e sono venduti soltanto in pochi Stati dell’Unione (ex Paesi dell’Est, e da poco anche Cipro). In Italia nessuno – né società di gestione del risparmio, né banche né assicurazioni – ha trovato interessante metterli in vendita, pur essendo legalmente e praticamente possibile. In altri Paesi della Ue stanno ancora peggio, perché non hanno neppure approvato le norme nazionali di raccordo, previste dallo stesso Regolamento Ue 2019/1238, mentre in Italia sì.

Gli asset in gestione nei fondi pensione pan-europei

Rimuovere gli ostaco…

Doveva – voleva - essere un modo per creare uno strumento pensionistico finalmente europeo. E per rendere più facili i trasferimenti dei lavoratori da un luogo all’altro della Ue conservando la propria pensione di scorta. Ma i Pepp, in verità, che potevano partire già dal 2019 (in Italia dal 2022), non sono mai decollati veramente. Un flop. Ora i “Piani pensionistici pan europei” sono una dozzina e sono venduti soltanto in pochi Stati dell’Unione (ex Paesi dell’Est, e da poco anche Cipro). In Italia nessuno – né società di gestione del risparmio, né banche né assicurazioni – ha trovato interessante metterli in vendita, pur essendo legalmente e praticamente possibile. In altri Paesi della Ue stanno ancora peggio, perché non hanno neppure approvato le norme nazionali di raccordo, previste dallo stesso Regolamento Ue 2019/1238, mentre in Italia sì.

Gli asset in gestione nei fondi pensione pan-europei

Rimuovere gli ostacoli

Ora, però, la Commissione Ue sta studiando le modifiche. L’intenzione è rimuovere gli ostacoli che finora hanno bloccato questo prodotto, tra l’altro considerato necessario per raggiungere gli obiettivi della direttiva “European Savings and Investment Union” in relazione all’allocazione del risparmio europeo a lungo termine nel sistema produttivo continentale. Uno dei punti su cui i vari attori sono d’accordo, a cominciare dall’Eiopa, l’autorità di vigilanza europea su assicurazioni e fondi pensione, è quello di passare da un prodotto di default con rendimenti garantiti a uno che privilegia l’investimento azionario, considerato premiante nel lungo termine. Lo strumento sarebbe un Pepp “life-cycle”, che seguendo la vita del lavoratore dovrebbe investire una quota preponderante in azioni all’inizio per terminare con una quota maggiore in titoli di Stato e obbligazioni.

Intorno alla revisione delle norme sui Pepp il dibattito è già aperto da tempo, e l’Eiopa ha reso nota nel settembre scorso la sua posizione sui possibili cambiamenti. Nelle scorse settimane si è affacciata con un suo paper anche l’Efama, l’associazione delle società di gestione europee, nel cui seno sono rappresentati anche gli asset manager italiani. Anche qui con altre proposte, segno che l’interesse per i Pepp dei produttori di prodotti finanziari c’è ed è forte.

La situazione è molto più ingarbugliata di quanto non appaia. Perché non si tratta solo di far decollare un prodotto finora rimasto nell’hangar ma di ridefinire l’intero assetto della previdenza integrativa europea, tuttora diversa da Paese a Paese, nel suo rapporto con quella di primo livello (in Italia, l’Inps e le Casse). Il Pepp, infatti, è in sostanza uno strumento che va teoricamente a interfacciarsi con gli altri strumenti integrativi già esistenti, in Italia i fondi negoziali, quelli aperti e i Pip assicurativi. Ha infatti i loro stessi benefici fiscali, ovvero la deduzione dal reddito fino a 5.160 euro all’anno (che però resta un plafond unico per tutti e quattro gli strumenti). Non ha però la possibilità di portarvi dentro il Tfr e i datori di lavoro possono contribuire solo su base volontaria.

Cosa succede in Europa

Però, non è dappertutto così in Europa. «Fiscalità, prestazioni e fase di contribuzione – spiega Antonello Motroni, dell’Area Economia e finanza del Mefop e rappresentante degli operatori italiani in seno all’Opsg di Eiopa – sono lasciate alle normative nazionali. Da molte parti c’è resistenza ai Pepp perché non si vuole che il mercato domestico di secondo pilastro abbia un concorrente in più».

La Ue, comunque, vuole spezzare le resistenze con un Pepp che abbia le stesse caratteristiche ovunque. L’Eiopa ventila addirittura la possibilità che ciascun cittadino europeo, alla nascita, venga iscritto automaticamente a un Pepp. Le modifiche richieste dall’autorità – ma non si sa quante verranno poi recepite – riguardano la possibilità di alzare la commissione massima di gestione annua, oggi fissata all’1% ma che gli operatori (tramite l’Efama) ritengono troppo bassa. Si valuta inoltre la possibilità di rendere solo facoltativa (oggi è obbligatoria) l’offerta di Pepp in almeno un altro Paese rispetto a quello di produzione. Inoltre, si chiede di poter trasferire il montante di ogni fondo pensione ai Pepp. Infine, a livello fiscale i Pepp dovrebbero ricevere in ogni Paese lo stesso trattamento degli altri strumenti analoghi. L’Eiopa è disponibile anche a semplificare i costi e ad eliminare quelli di consulenza, giacché il Pepp è un prodotto standardizzato.

Per Andrea Mariani, Segretario di Assofondipensione, sarebbe però un errore eliminare il cap dell’1%: «I fondi negoziali italiani hanno costi generalmente inferiori a questa soglia anche nei comparti azionari. Eliminare il tetto rischia di compromettere il buon funzionamento della previdenza complementare. Secondo noi, inoltre, la Ue dovrebbe dedicarsi soprattutto all’omogeneizzazione dei fondi di secondo livello (quelli di categoria), rendendo possibile il trasferimento intraeuropeo, evitando di fare confusione fra secondo e terzo pilastro (Pepp)».

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