L’economista Sachs: “Dazi, ritirata epocale degli Usa. È stato un bagno di realismo per Trump”
Eugenio OccorsioJeffrey Sachs, economista della Columbia University
ROMA – Gli Stati Uniti fanno finalmente i conti con la realtà: la politica dei dazi non aveva senso ed era paurosamente costosa. È anche il ritorno a un sano multilateralismo». Jeffrey Sachs, economista della Columbia University e consulente degli ultimi tre segretari generali dell’Onu, è il più convinto assertore delle soluzioni negoziali alle questioni più complesse.
A cosa si deve la svolta di Ginevra?
«Per intero alla competenza e alla razionalità di Scott Bessent. Il segretario al Tesoro, passo dopo passo, è riuscito nell’impresa di convincere un tipo coriaceo come Trump che l’America non ha tutte le carte in mano, non può giocare da padrone indiscusso del mondo e seguire pazzi fanatici come Navarro o Lutnick. È una ritirata epocale, che v…
ROMA – Gli Stati Uniti fanno finalmente i conti con la realtà: la politica dei dazi non aveva senso ed era paurosamente costosa. È anche il ritorno a un sano multilateralismo». Jeffrey Sachs, economista della Columbia University e consulente degli ultimi tre segretari generali dell’Onu, è il più convinto assertore delle soluzioni negoziali alle questioni più complesse.
A cosa si deve la svolta di Ginevra?
«Per intero alla competenza e alla razionalità di Scott Bessent. Il segretario al Tesoro, passo dopo passo, è riuscito nell’impresa di convincere un tipo coriaceo come Trump che l’America non ha tutte le carte in mano, non può giocare da padrone indiscusso del mondo e seguire pazzi fanatici come Navarro o Lutnick. È una ritirata epocale, che va perfino al di là della questione dei dazi cinesi: Trump ora è chiamato ad applicare lo stesso realismo nei suoi rapporti con la Russia, l’Iran, il mondo arabo e la stessa Cina in senso più ampio. A Ginevra, luogo non casuale, si è segnato il primo passo verso la normalità dei rapporti multilaterali, direi verso la normalità tout court».
Però sui dazi la partita non è chiusa: c’è una serie di scadenze da rispettare, con la Cina e con il resto del mondo…
«Sì, ma da oggi in poi si tratta su basi più razionali. Si prefigura una conduzione tecnica dei negoziati, una sorta di gestione duale, risultato insperato alla vigilia, quando sembrava che l’arroganza di Trump dovesse prevalere. Già si era cominciato con le esenzioni, adesso state sicuri che non vedremo più follie come il 46 per cento sul Vietnam oppure tariffe applicate anche contro le isolette dell’Oceano Pacifico. Certo, importanti danni permanenti sono stati già arrecati, come la revisione al ribasso delle previsioni macroeconomiche e i primi sbalzi dell’inflazione. Speriamo ci sia spazio per recuperare almeno in parte, dipende dalla prosecuzione dei negoziati sulle tariffe».
In tutto questo quale può essere il ruolo dell’Europa?
«Un mondo multipolare, come quello che si prefigura dopo la vittoria della moderazione a Ginevra, significa anche un mondo multi-valute. In questo passaggio della Storia si aprono opportunità straordinarie per l’Europa, sempre che Bruxelles sia in grado di coglierle. Ma soprattutto per l’euro, visto che la posizione dominante del dollaro è destinata a ridimensionarsi e che la moneta comune è il candidato naturale a riempire i vuoti. Ciò implica però, con la massima urgenza, la creazione di un mercato davvero globale per l’euro, e quindi a sua volta una serie di progetti comuni: dal digitale alle energie pulite – non amo come sapete parlare di riarmo – su cui “appoggiare” nuove emissioni di eurobond. Nel frattempo, l’Europa deve essere più attiva nel cercare, senza affidarsi agli Stati Uniti, nuove vie commerciali verso la Cina, l’India, i Paesi della cooperazione del Golfo. Anche verso la Russia, considerando che il ruolo del dollaro è destinato a diminuire».