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La grande corsa ai data center in Italia. Salerno (Rina): “Cento nuovi progetti in corso”

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Il Paese conta meno del 2% dei supercomputer attivi nel mondo. Ora il mercato si muove per colmare il gap. Le sfide per la sostenibilità dei cervelloni elettronici necessari per i calcoli dell’IA
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MILANO – Dei 10.332 data center distribuiti per il mondo, appena 168 si trovano sul suolo italiano. Meno del 2%. Una fotografia di certo non gratificante per il Paese, che però è presto destinata a cambiare. Secondo una rilevazione del Politecnico di Milano, entro l’anno prossimo sono previsti oltre 10 miliardi di euro di investimenti nei supercomputer italiani, il doppio rispetto al biennio 2023-2024. Basti pensare che nei primi quattro mesi di quest’anno le richieste di allaccio alla rete Terna per i data center sono salite a quota 42 gigawatt, dai circa 30 registrati nel dicembre scorso.

«Significa qualche centinaio di nuovi impianti», puntualizza Ugo Salerno, cavaliere del lavoro e presidente esecutivo di Rina. «Non è detto che saranno t…

MILANO – Dei 10.332 data center distribuiti per il mondo, appena 168 si trovano sul suolo italiano. Meno del 2%. Una fotografia di certo non gratificante per il Paese, che però è presto destinata a cambiare. Secondo una rilevazione del Politecnico di Milano, entro l’anno prossimo sono previsti oltre 10 miliardi di euro di investimenti nei supercomputer italiani, il doppio rispetto al biennio 2023-2024. Basti pensare che nei primi quattro mesi di quest’anno le richieste di allaccio alla rete Terna per i data center sono salite a quota 42 gigawatt, dai circa 30 registrati nel dicembre scorso.

«Significa qualche centinaio di nuovi impianti», puntualizza Ugo Salerno, cavaliere del lavoro e presidente esecutivo di Rina. «Non è detto che saranno tutti realizzati ma – aggiunge – è indubbio che il mercato si stia muovendo». In questo campo, Rina si occupa di realizzare studi di fattibilità sul piano tecnico, economico e commerciale, coordina la progettazione e la costruzione degli impianti che ospitano i data center e interviene dove necessario per risolvere problemi tecnici, spesso legati ai materiali impiegati negli stabili. «Per quanto questa spinta possa essere positiva per l’industria, pone anche delle sfide energetiche e ambientali che non possono essere trascurate», osserva Salerno.

A detta dell’International energy agency (Iea), entro il 2026 i data center globali consumeranno circa mille terawattora all’anno, l’equivalente di due volte la domanda energetica della Francia. Impossibile poi trascurare la loro impronta idrica: un impianto di medie dimensioni, dati Jp Morgan, impiega in media oltre un milione di litri d’acqua al giorno. Le strutture più grandi si spingono a 16 volte tanto, una quantità paragonabile al fabbisogno idrico quotidiano di una città di 50mila abitanti.

L’acqua è necessaria per l’accelerazione di queste tecnologie, in particolare quando si tratta di intelligenza artificiale. Infatti, analizzare enormi quantità di testi prodotti dagli utenti richiede un elevato numero di calcoli, con il conseguente dispendio di una notevole quantità di energia elettrica, che a sua volta produce molto calore. L’acqua serve appunto a raffreddare gli edifici che ospitano i computer, prevenendo il surriscaldamento delle macchine.

«È indubbio che vadano messi in atto sistemi di efficientamento per ridurre l’impronta ecologica dei data center», prosegue Salerno. «Un esempio virtuoso è quello del data center di Tim Enterprise a Rozzano, alle porte di Milano, dove viene recuperato il calore generato dai server per riscaldare cinquemila abitazioni».

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