Sono sempre di più gli italiani che rinunciano alle cure specialistiche. A dirlo è l’Istat che nel suo Rapporto annuale ha rilevato come nel 2024 circa un cittadino su 10 (il 9,9% del totale) ha detto di aver evitato di fare visite e accertamenti diagnostici. Si tratta di circa 6 milioni di persone. La causa per il 6,8% degli italiani sono state le liste di attesa, nel 5,3% dei casi hanno invece pesato le difficoltà a pagare le prestazioni sanitarie (la soma dei due dati è superiore al 9,9% perché in certi casi i problemi si sovrappongono). Va ricordato che dai dati sono escluse le prestazioni odontoiatriche, che sono costose e quasi esclusivamente fornite da soggetti privati.
Rinunce in aumento
Da Istat spiegano come “la rinuncia alle pr…
Sono sempre di più gli italiani che rinunciano alle cure specialistiche. A dirlo è l’Istat che nel suo Rapporto annuale ha rilevato come nel 2024 circa un cittadino su 10 (il 9,9% del totale) ha detto di aver evitato di fare visite e accertamenti diagnostici. Si tratta di circa 6 milioni di persone. La causa per il 6,8% degli italiani sono state le liste di attesa, nel 5,3% dei casi hanno invece pesato le difficoltà a pagare le prestazioni sanitarie (la soma dei due dati è superiore al 9,9% perché in certi casi i problemi si sovrappongono). Va ricordato che dai dati sono escluse le prestazioni odontoiatriche, che sono costose e quasi esclusivamente fornite da soggetti privati.
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Rinunce in aumento
Da Istat spiegano come “la rinuncia alle prestazioni sanitarie è in crescita sia rispetto al 2023, quando era il 7,5 per cento, sia rispetto al periodo pre-pandemico, visto che nel 2019 era il 6,3 per cento, soprattutto per l’aggravarsi delle difficoltà di prenotazione”. E infatti, la quota di coloro che rinunciano per le lunghe liste di attesa è cresciuta di 4 punti percentuali rispetto al 2019 e di 2,3 punti rispetto al 2023. Tra l’altro, rispetto al passato, si è ridotta la differenza tra le varie aree del Paese, il problema riguarda più o meno lo stesso numero di persone al Nord, al Centro e al Sud. Si tratta di dati pesanti per chi amministra la sanità, sia a Roma che nelle Regioni. Tra l’altro ministero e amministrazioni locali si sono scontrate più volte di recente proprio sulla riforma delle liste di attesa promossa dal governo e considerata poco efficace da molto Regioni, che contestano la possibilità di esercitare i poteri sostitutivi prevista dalla nuova normativa. Comunque sia, ancora una volta giunge un dato che sottolinea come quello delle liste di attesa sia un problema centrale del sistema sanitario.
Anche le motivazioni economiche, comunque, sono aumentate rispetto all’anno precedente (di 1,1 punti percentuali), “in un contesto in cui cresce anche il ricorso al privato per visite ed esami specialistici: il 23,9 per cento delle persone nel 2024 ha sostenuto l’intero costo dell’ultima prestazione specialistica (senza rimborsi da assicurazioni), contro il 19,9 per cento del 2023”.
Speranza di vita più alta
Istat valuta anche la speranza di vita alla nascita, che nel periodo pandemico ha visto una flessione e poi è risalita, a 81,4 anni per gli uomini e 85,5 per le donne. Ma l’anno scorso si è registrato anche un fenomeno preoccupante. L’indicatore che calcola gli anni attesi di vita in buone condizioni di salute, sulla base di quanto dichiarato dagli intervistati da Istat ha avuto una dinamica opposta. Dopo un picco anomalo nel 2020 (quando le persone nel contesto della pandemia valutavano con maggior favore le proprie condizioni di salute), il numero di anni in buona salute è sceso. Per le donne arriva a 56,6 anni (nel 2022 arrivava a 59) e per gli uomini a 59,8 (aveva superato i 62 nel 2022). Anche questo va valutato bene, perché vivere di più ma con un numero maggiore di anni in cattive condizioni di salute non è un buon dato, neanche per il sistema sanitario.