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Istat, 8 nuovi occupati su 10 sono over 50. Poca innovazione, il Pil rimane indietro

Un terzo dei nuovi posti di lavoro concentrati nel terziario meno competitivo, ad alta concentrazione di lavoro, come nei servizi ricettivi e di ristorazione

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Il Rapporto Annuale: produttività in calo, pochi laureati e pochissimi esperti Ict. Solo l’8% delle imprese usa l’Intelligenza Artificiale, contro il 20% della Germania. Povertà assoluta in aumento
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ROMA – I posti di lavoro in Italia aumentano, ma senza produrre ricchezza né per il Paese né per gli stessi lavoratori. La crescita del Pil rimane indietro (solo il 9,3% in termini reali tra il 2000 e il 2024, contro il 30% di Germania e Francia e il 45% della Spagna). Così come le retribuzioni, che tra il 2019 e il 2024 hanno perso il 4,4% di potere d’acquisto. A spiegare l’apparente contraddizione il Rapporto Annuale 2025 dell’Istat sulla situazione del Paese, presentato stamane dal presidente Francesco Maria Chelli a Montecitorio.

La crescita dei posti di lavoro inoltre quasi non coinvolge i giovani: ben otto su dieci dei nuovi occupati del 2024 (352 mila) sono over 50. In generale, gli ultracinquantenni sono diventati il 40,6% degli occupati, con un incremento del 12,5% rispetto al 2019. Mentre i 35-49 enni sono solo il 36,9% del totale, e registrano un calo di oltre 500 mila unità rispetto al 2019. Tra il 2000 e il 2024 il numero degli occupati è aumentato del 16%, così come pe…

ROMA – I posti di lavoro in Italia aumentano, ma senza produrre ricchezza né per il Paese né per gli stessi lavoratori. La crescita del Pil rimane indietro (solo il 9,3% in termini reali tra il 2000 e il 2024, contro il 30% di Germania e Francia e il 45% della Spagna). Così come le retribuzioni, che tra il 2019 e il 2024 hanno perso il 4,4% di potere d’acquisto. A spiegare l’apparente contraddizione il Rapporto Annuale 2025 dell’Istat sulla situazione del Paese, presentato stamane dal presidente Francesco Maria Chelli a Montecitorio.

La crescita dei posti di lavoro inoltre quasi non coinvolge i giovani: ben otto su dieci dei nuovi occupati del 2024 (352 mila) sono over 50. In generale, gli ultracinquantenni sono diventati il 40,6% degli occupati, con un incremento del 12,5% rispetto al 2019. Mentre i 35-49 enni sono solo il 36,9% del totale, e registrano un calo di oltre 500 mila unità rispetto al 2019. Tra il 2000 e il 2024 il numero degli occupati è aumentato del 16%, così come per Francia e Germania, ma lì a crescere sono state soprattutto le attività innovative, ad alta produttività, da noi a crescere sono soprattutto i settori ad alta intensità di lavoro del terziario, a cominciare da ricettività e ristorazione.

Non è che gli italiani non sappiano più innovare: quando lo fanno sono bravi come gli altri. Tra il 2019 e il 2023 le attività ad alta tecnologia nella manifattura e nell'ambito dei servizi intesi in conoscenza sono quelle che hanno realizzato la crescita più sostenuta del valore aggiunto in volume in Italia, ma il problema è che «questi comparti hanno un peso limitato sulla struttura del sistema produttivo italiano». E quindi l’Italia rimane un Paese che arranca, con una popolazione in sempre maggiore difficoltà, e con squilibri che si allargano, perché non ci sono politiche che cercano di arginarli, o di contenerli.

Produttività in calo, capitale umano non adeguato

Nonostante gli anni del Covid, tra il 2014 e il 2024, la produttività ha contribuito alla crescita per 0,7 punti percentuali (0,9 punti nel quinquennio che precede la crisi pandemica e 0,6 tra il 2019 e il 2024). Negli ultimi due anni l’Istat segnala invece l’andamento negativo della produttività, nonostante la crescita dei posti di lavoro, che ha spinto al ribasso di 1,3 punti percentuali la dinamica dell’output. Funzionano alcuni settori tecnologicamente avanzati, ma non basta, anche perché l’Italia continua a scontare un forte ritardo nella dotazione di capitale umano qualificato: nel 2023 gli occupati laureati e impiegati come professionisti o tecnici rappresentavano circa il 40% dei lavoratori, 10 punti percentuali in meno rispetto a Germania e Francia e 17 nei confronti della Francia.

Insufficiente in particolare la presenza di specialisti in ITC, tra le più basse della Ue. E siamo già indietro nella diffusione dell’intelligenza artificiale, con solo l’8% delle imprese che la utilizza contro il quasi 20% della Germania.

Il rischio climatico

A rallentare il fragile andamento dell’economia italiana potrebbe essere sempre di più il rischio climatico, che pesa più che in altri Paesi: il 18,2% del valore aggiunto di industria e servizi è prodotto in stabilimenti esposti a rischi naturali. Mentre in altri Paesi, in particolare in Francia e in Germania, le imprese si sono coperte ampiamente con le polizze assicurative, da noi la quota è più bassa anche della Spagna, le polizze valgono poche centinaia di milioni contro i circa sei miliardi della Francia.

Sono vulnerabili agli eventi climatici estremi oltre 2.700 Comuni, un terzo del territorio nazionale. Le perdite dovute a eventi climatici estremi tra il 1980 e il 2023 ammontano a 134 miliardi di euro, al secondo posto nella Ue27,e a fronte di un totale di 738 miliardi di euro.

Gli squilibri del lavoro

L’occupazione a tempo pieno e indeterminato riguarda il 63% dei lavoratori, in aumento di 2,1 punti percentuali rispetto al 2023 e di 4,8 punti rispetto al 2019, «ma oltre un terzo dei giovani occupati e quasi un quarto delle donne sperimentano almeno una forma di vulnerabilità lavorativa. – spiega il presidente dell’Istat – Nel 2024 l’82,9% degli occupati lavora a tempo pieno, ma il part-time riguarda il 30% delle donne e, spesso, non è una scelta». E non lo è neanche la precarietà per i giovani: il 28,1% dei giovani con meno di 35 anni lavora con un contratto a tempo determinato. Il 5,9% somma persino il part-time involontario con il contratto a termine.

Ampio il divario territoriale: nel 2024 la differenza tra Nord e Mezzogiorno nei tassi di occupazione dei 30-34enni è pari a 17,8 punti percentuali per i laureati, raggiunge i 25 punti per i diplomati e sfiora il 30% per chi ha al più il titolo di scuola media inferiore. L’Italia rimane seconda solo alla Romania per numero di giovani che non lavorano e non studiano (Neet).

Se il tasso di disoccupazione è sceso, nel 2024 si contavano 3,8 milioni di persone che potrebbero lavorare ma non lo fanno: gli inattivi, 2,1 milioni, sono ancora di più dei disoccupati.

Nel complesso, dal punto di vista dell’età l’aumento dell’occupazione si concentra nella fascia 45-54 anni e soprattutto 55-64, persone mediamente istruite, con almeno un diploma o la laurea, mentre cala tra i lavoratori con la licenza media.

Un italiano su cinque a rischio di esclusione

Nel 2024, oltre un quinto della popolazione residente in Italia è a rischio di povertà o esclusione sociale: il 23,1% della popolazione. In dettaglio, il 18,9% è a rischio di povertà, il 4,6% di grave deprivazione materiale e sociale, il 9,2% è intrappolato nella bassa intensità di lavoro. Il Mezzogiorno resta l’area più esposta. L’incidenza raggiunge il 39,8% nel Sud e il 38,1% nelle Isole. L’incidenza è più bassa per chi vive in coppia senza figli, soprattutto se la persona di riferimento della famiglia ha almeno 65 anni, ed è invece quasi doppia per le persone che vivono in famiglie in cui il principale percettore di reddito ha meno di 35 anni (30,5%).

Povertà assoluta in aumento

Nel 2023 l’Istat rileva 2,2 milioni di famiglie in povertà assoluta, l’8,4% del totale, corrispondenti a circa 5,7 milioni di persone, pari al 9,7% della popolazione residente. Rispetto al 2014, l’incidenza è aumentata di 2,2 punti percentuali a livello familiare e di 2,8 punti a livello individuale. Maggiormente a rischio le famiglie con minori e quelle residenti nel Mezzogiorno. Tra le famiglie giovani con almeno un figlio minore l’incidenza di povertà assoluta sale al 15,2%, contro il 10,0 per cento delle famiglie giovani senza figli minori. Valori elevati si riscontrano anche tra le persone sole e, all’estremo opposto, tra le famiglie numerose. Il livello di istruzione incide fortemente sul rischio di povertà assoluta: nelle famiglie in cui la persona di riferimento ha al massimo la licenza media, l’incidenza è pari al 13%, mentre scende al 4,6% tra chi possiede almeno un diploma di scuola secondaria superiore. E tra le famiglie di soli cittadini stranieri la povertà assoluta è pari al 35,1% (circa 569mila famiglie), contro il 6,3% delle famiglie composte esclusivamente da cittadini italiani.

Il lavoro non sempre mette al riparo dalla povertà: il 21% dei lavoratori è a rischio di lavoro a basso reddito. Va peggio alle donne (26,6% rispetto al 16,8% degli uomini), ai giovani e agli stranieri.

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