In casa con i genitori oltre i 30 anni e vecchi solo dopo i 70 anni: cambiano le stagioni della vita
di Rosaria AmatoAumenta la longevità, ma per le donne cala l'aspettativa di vita in buona salute
ROMA – A casa con i genitori ben oltre i 30 anni, anziani dopo i 70 anni. Il Rapporto Annuale Istat che stamane il presidente Francesco Maria Chelli presenta alla Camera dei Deputati delinea una nuova configurazione delle stagioni della vita, per via dell’allungamento dell’aspettativa di vita ma anche della sempre più ritardata conquista dell’autonomia economica da parte dei giovani. Ma più longevi non significa necessariamente più sani: le condizioni di salute dipendono anche dal reddito, dal livello d’istruzione e da dove si vide. E sono sempre di più gli italiani costretti a rinunciare alle cure per via delle liste d’attesa sempre troppo lunghe, e per ragioni economiche.
I vecchi
«Nel 1952, un uomo a 65 anni poteva aspettarsi di vivere ancora 13 anni, una donna 14. – spiega Chelli – Applicando oggi lo stesso criterio basato sulla speranza di vita residua, la soglia di ingresso nella vecchiaia si sposterebbe a 74 anni per gli uomini e 75 per le donne, cambiando sensibilmente la perc…
ROMA – A casa con i genitori ben oltre i 30 anni, anziani dopo i 70 anni. Il Rapporto Annuale Istat che stamane il presidente Francesco Maria Chelli presenta alla Camera dei Deputati delinea una nuova configurazione delle stagioni della vita, per via dell’allungamento dell’aspettativa di vita ma anche della sempre più ritardata conquista dell’autonomia economica da parte dei giovani. Ma più longevi non significa necessariamente più sani: le condizioni di salute dipendono anche dal reddito, dal livello d’istruzione e da dove si vide. E sono sempre di più gli italiani costretti a rinunciare alle cure per via delle liste d’attesa sempre troppo lunghe, e per ragioni economiche.
I vecchi
«Nel 1952, un uomo a 65 anni poteva aspettarsi di vivere ancora 13 anni, una donna 14. – spiega Chelli – Applicando oggi lo stesso criterio basato sulla speranza di vita residua, la soglia di ingresso nella vecchiaia si sposterebbe a 74 anni per gli uomini e 75 per le donne, cambiando sensibilmente la percezione nell’invecchiamento: nel 2023, il 21,6% degli uomini e il 26,3% delle donne risultano anziani secondo la definizione tradizionale, ma sarebbero solo l’11,4 e il 14,2% usando la soglia dinamica».
Ovviamente quello del presidente dell’Istat non è un invito a spostare ancora in avanti l’età del pensionamento, quanto a riflettere sulla nuova demografia italiana. Gli anziani sono anche mediamente più istruiti, anche se non particolarmente addentro nelle nuove tecnologie: oltre il 92% delle persone tra i 10 e i 54 anni si connette abitualmente a Internet, ma la quota scende al 71,5% tra i 65-69enni e al 44,3% tra i 75-79enni. E più longevi:in Italia ci sono 23.500 ultracentenari. Ma non sempre in salute: è questa la vera sfida del cambiamento demografico, dovuto a una natalità bassa non da pochi anni, o da pochi decenni, ma da quasi un secolo per alcune aree del Nord Italia, sottolinea l’Istat. Infatti la speranza di vita in buona salute si riduce, soprattutto per le donne scende a 56,6 anni, il minimo dell'ultimo decennio. Sono in condizioni di disabilità 2,9 milioni di persone, soprattutto anziani. A rinunciare alle cure nel 2023 è stato il 7,5% della popolazione, ben più del 6,3% del 2019
E i giovani
I contratti precari spingono molti giovani a continuare a vivere con i genitori, rinviando il momento dell’autonomia: nel 2024 erano il 63,3% della popolazione tra i 18 e i 34 anni, in crescita rispetto al 2010. Eppure sono mediamente più istruiti delle passate generazioni: infatti chi può va via. Nel 2024 hanno lasciato l’Italia 191 mila persone, con un aumento del 20,5% rispetto al 2023. Particolarmente preoccupante è l’aumento dell’espatrio tra i giovani 25-34enni laureati: 21 mila nel 2023, un record storico. I rientri sono pochi, con il risultato di una perdita netta dic apitale umano qualificato pari a 97 mila giovani in dieci anni.
Scarsa mobilità sociale
L’Istat analizza in dettaglio la generazione entrata nel mercato del lavoro più recentemente e in un contesto non facile, i 550 mila giovani nati nel 1992, appena maggiorenni nel 2011 e trentenni nel 2022. Scarsa la mobilità sociale per questa generazione: ha conseguito un titolo terziario solo il 17,6% dei giovani provenienti da famiglie in cui nessun genitore possedeva un diploma (che rappresentano più della metà della coorte), contro i tre quarti dei figli della minoranza con genitori entrambi laureati (il 4%). Più di un terzo dei giovani provenienti da famiglie con redditi bassi a trenta anni percepiva però redditi imponibili medio-alti rispetto ai coetanei. Oltre al livello degli studi, pesa la disponibilità aspostarsi per cogliere opportunità migliori.