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Trump attacca l’Europa: “Nessuna intesa, dazi al 50%”. Bruciati 183 miliardi in Borsa

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Nel mirino del presidente finiscono Apple, Samsung e altri colossi tech che non producono negli Usa: paventate tariffe al 25%. Milano maglia nera
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MILANO – “Here we go again”, ci risiamo. Nella nota che la banca britannica Barclays mandava ieri agli investitori c’è il senso dell’ennesima giornata di batticuore sui mercati finanziari. Dopo sedute di relativa bonaccia, con gli indici capaci di recuperare lo strappo causato dagli annunci dei dazi reciproci del 2 aprile, il presidente americano Donald Trump torna a gettare scompiglio. Via Truth, come suo solito: «Raccomando dazi diretti del 50 per cento» sulla Ue «a partire dall’1 giugno». Il motivo? «Le trattative con loro non stanno portando a nulla». E via con la riproposizione delle accuse: Iva, barriere non monetarie (regolamenti e burocrazia), cause tendenziose contro le aziende Usa. «L’Ue si è approfittata dagli Stati Uniti», dirà poi dallo Studio Ovale mostrando il muso duro: «Non cerco un accordo». Il segretario al Tesoro, Scott Bessent, spiega la «frustrazione» del presidente: se gli altri Paesi stanno negoziando in «buona fede», ciò non accade con i vicini atlantici che a…

MILANO – “Here we go again”, ci risiamo. Nella nota che la banca britannica Barclays mandava ieri agli investitori c’è il senso dell’ennesima giornata di batticuore sui mercati finanziari. Dopo sedute di relativa bonaccia, con gli indici capaci di recuperare lo strappo causato dagli annunci dei dazi reciproci del 2 aprile, il presidente americano Donald Trump torna a gettare scompiglio. Via Truth, come suo solito: «Raccomando dazi diretti del 50 per cento» sulla Ue «a partire dall’1 giugno». Il motivo? «Le trattative con loro non stanno portando a nulla». E via con la riproposizione delle accuse: Iva, barriere non monetarie (regolamenti e burocrazia), cause tendenziose contro le aziende Usa. «L’Ue si è approfittata dagli Stati Uniti», dirà poi dallo Studio Ovale mostrando il muso duro: «Non cerco un accordo». Il segretario al Tesoro, Scott Bessent, spiega la «frustrazione» del presidente: se gli altri Paesi stanno negoziando in «buona fede», ciò non accade con i vicini atlantici che avanzano proposte non «della stessa qualità» degli altri partner commerciali e quindi è necessario «accendere un fuoco» sotto Bruxelles, che si muove troppo lentamente.

Il menu sul tavolo - azzeramento di dazi sull’industria, più acquisti di prodotti agricoli Usa, co-investimenti nell’IA - non piace alla Casa Bianca. La cui offensiva non si ferma qui: negli strali finisce anche Apple. Trump minaccia un balzello di «almeno il 25 per cento» se non produrrà i suoi iPhone negli Usa. Poi aggiunge «Samsung e qualsiasi altra azienda» degli smartphone finché non «costruirà qui i suoi impianti». Dalla Cina, via Foxconn, arrivano nove telefonini su dieci che portano il logo della mela e Tim Cook sta spostando la produzione in India, per schivare la guerra commerciale. Ma su questo Trump è netto: non devono trasferirsi «in India o altrove».

La reazione del mercato Usa alle bordate è negativa, ma non del tutto scomposta, quasi ci avesse fatto il callo. Wall Street chiude in calo dello 0,6 per cento, tornando preda della volatilità, tra il sollievo per gli accordi che Bessent dice di aver pronti in tasca per le prossime settimane e i nuovi timori quando il presidente assicura che fa sul serio. Apple paga un conto salato (-3 per cento) e il Nasdaq lima un punto percentuale. In Europa, Milano indossa la maglia nera a -1,9 per cento. Soffrono le banche, il lusso, i titoli esposti agli Usa come Stellantis, Stm e Ferrari. Parigi scivola dell’1,6 e Francoforte dell’1,5 per cento: non un dramma, ma comunque 183 miliardi di capitalizzazione sfumati dalle Piazze europee.

Dopo giorni di tensione – per il taglio al rating di Moody’s e l’approvazione alla Camera di un bilancio foriero di nuovo deficit – scendono i rendimenti dei Treasury: gli investitori tornano a fare i conti con lo spettro del rallentamento economico.

Lo dice anche il calo del dollaro, che torna a puntare i minimi dal 2023. L’anno scorso l’Europa ha venduto oltre 500 miliardi di dollari di prodotti agli americani: a bocce ferme, una aliquota orizzontale ne costerebbe la metà. Ovviamente i flussi commerciali si adatterebbero e se lo facessero come accadde con la Cina nel primo mandato trumpiano, l’effetto diretto sarebbe da 180 miliardi per gli importatori americani, calcola Barclays. Ma le ricadute a cascata sono imponderabili: Bloomberg Economics stima un conto da 0,6 punti di Pil per gli Usa, con una fiammata dell’inflazione. Da questa parte dell’Atlantico, il think tank Conference Board ipotizza un impatto da 0,5 punti sul prodotto dei 27. Ma, ormai, gli analisti quasi ci rinunciano a tracciare scenari puntuali, visto che Trump costringe loro a cambiare di continuo le assunzioni. «Tattica negoziale», la chiamano. Sia il livello del 50% (che doppia abbondantemente il 20% fissato nel Liberation day) che la scadenza dell’1 giugno (mentre la tregua sui dazi reciproci era prevista fino al 9 luglio) paiono leve mosse per metter fretta alla controparte. Si spera.

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