«Penso che ci siano ancora margini di accordo con Trump, sono ottimista. Ma la risposta iniziale dell’Europa ad aprile è stata troppo debole, avremmo dovuto rispondere con dazi reciproci, non limitarci a minacciarli». Jeromin Zettelmeyer, direttore di Bruegel, uno dei più autorevoli think tank europei, è convinto che, nonostante l’ultima mossa di Trump, «alla fine non avremo i dazi al 50%», anche se non torneremo neanche alla situazione pre- Liberation Day.
All’inizio sembrava che l’Europa fosse sulla buona strada nei colloqui con gli Usa, al contrario della Cina. Come mai la situazione si è ribaltata?
«La Cina ha dato subito una risposta forte, e comunque quando negozia ha meno restrizioni, mentre noi ci muoviamo osservando tutte le prescrizioni del Wto, a cominciare dalla clausola della nazione più favorita».
Quindi all’inizio di aprile la Ue avrebbe dovuto rispondere subito con altri dazi?
«Sì, anche perché inizialmente li aveva annunciati, e poi li ha congelati, mostrandosi d…
«Penso che ci siano ancora margini di accordo con Trump, sono ottimista. Ma la risposta iniziale dell’Europa ad aprile è stata troppo debole, avremmo dovuto rispondere con dazi reciproci, non limitarci a minacciarli». Jeromin Zettelmeyer, direttore di Bruegel, uno dei più autorevoli think tank europei, è convinto che, nonostante l’ultima mossa di Trump, «alla fine non avremo i dazi al 50%», anche se non torneremo neanche alla situazione pre- Liberation Day.
All’inizio sembrava che l’Europa fosse sulla buona strada nei colloqui con gli Usa, al contrario della Cina. Come mai la situazione si è ribaltata?
«La Cina ha dato subito una risposta forte, e comunque quando negozia ha meno restrizioni, mentre noi ci muoviamo osservando tutte le prescrizioni del Wto, a cominciare dalla clausola della nazione più favorita».
Quindi all’inizio di aprile la Ue avrebbe dovuto rispondere subito con altri dazi?
«Sì, anche perché inizialmente li aveva annunciati, e poi li ha congelati, mostrandosi debole. Poi certo si è imboccata la via della trattativa, si è cercato di venire incontro alle richieste commerciali di Trump, ma sono aspetti che è difficile negoziare in 5 minuti».
Forse il problema è che la Cina ha una posizione di maggiore forza nei confronti degli Usa rispetto alla Ue.
«Sicuramente noi vogliamo impedire che il conflitto commerciale si espanda in altri settori, e inoltre la Cina ha la carta dei buoni del Tesoro americani, che noi non possediamo. Eppure, io continuo a pensare che avremmo dovuto rispondere con altri dazi».
È il momento di farlo ora?
«Sicuramente. Io credo che dovremmo muoverci in due direzioni: la prima è quella dei dazi reciproci, senza però puntare a un’escalation, il nostro obiettivo deve rimanere quello di raggiungere un accordo. In secondo luogo, dovremmo lanciare una campagna che coinvolga i social media e la stampa, anche negli Stati Uniti, rispondendo punto per punto alle ridicole accuse di Trump, e confutando le sue argomentazioni sul commercio con l’estero. Avendo cura di mantenerci corretti, ma dimostrando tutta la mancanza di senso delle sue affermazioni».
Non siamo troppo vulnerabili per lanciarci in quest’iniziativa?
«Noi siamo economicamente vulnerabili, ma dal punto di vista politico lui lo è più di noi. Trump ha vinto le elezioni sulla base della promessa di rilancio dell’economia, ma adesso i suoi elettori si stanno rendendo conto che non è detto che sia in grado di mantenerla»
Cosa dovremmo offrirgli per raggiungere un accordo?
«L’impegno ad acquistare più gas, la riduzione a zero dei nostri dazi su settori chiave come l’automotive, accordi commerciali convenienti. Ipotesi non nuove, che in effetti erano già in via di negoziazione».
E se non fosse sufficiente?
«Entreremmo in una brutta recessione, anche se meno brutta di una crisi finanziaria. Ma io ho fiducia nel raggiungimento di un accordo. Anche se, considerato che si tratta di Trump, più che un accordo sarà da considerarsi una tregua...».