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Il caso De’ Longhi: “Meno produzioni in Cina e più in Ue per dribblare i dazi”

U.S. President Donald Trump - REUTERS/Nathan Howard

 (reuters)

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La società di macchine da caffè ha sfruttato la flessibilità della sua catena di fornitura, che potrebbe tornarle utile anche con la nuova minaccia di tariffe all’Ue
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MILANO – Meno produzioni in Cina e più produzioni nelle aree del Sud-est asiatico e dell’Europa per le macchine da caffè e gli altri piccoli elettrodomestici destinati al mercato statunitense. È la “manovra di emergenza” che il gruppo De’ Longhi ha messo in atto di recente, per rispondere alla fase più acuta della guerra commerciale ingaggiata da Donald Trump con il presidente cinese Xi Jinping.

Una flessibilità produttiva che, con tutte le variazioni del caso, aiuta a capire come la società quotata in Borsa potrebbe replicare anche nel caso in cui il presidente americano dovesse effettivamente tradurre in pratica l’ultima minaccia di dazi al 50% per le merci europee a partire da giugno. «Il nostro forte know-how operativo e le solide relazioni con i principali fornitori - ha spiegato l’ad della società Fabio de’ Longhi presentando i numeri del primo trimestre - ci hanno permesso di adattare tempestivamente la nostra catena di fornitura, trasferendo la realizzazione dei prodotti des…

MILANO – Meno produzioni in Cina e più produzioni nelle aree del Sud-est asiatico e dell’Europa per le macchine da caffè e gli altri piccoli elettrodomestici destinati al mercato statunitense. È la “manovra di emergenza” che il gruppo De’ Longhi ha messo in atto di recente, per rispondere alla fase più acuta della guerra commerciale ingaggiata da Donald Trump con il presidente cinese Xi Jinping.

Una flessibilità produttiva che, con tutte le variazioni del caso, aiuta a capire come la società quotata in Borsa potrebbe replicare anche nel caso in cui il presidente americano dovesse effettivamente tradurre in pratica l’ultima minaccia di dazi al 50% per le merci europee a partire da giugno. «Il nostro forte know-how operativo e le solide relazioni con i principali fornitori - ha spiegato l’ad della società Fabio de’ Longhi presentando i numeri del primo trimestre - ci hanno permesso di adattare tempestivamente la nostra catena di fornitura, trasferendo la realizzazione dei prodotti destinati al mercato statunitense nel Sud-est asiatico e in Europa».

In altri termini, per aggirare l’ostacolo dei dazi a stelle e strisce sui prodotti in arrivo dalla Cina, De’ Longhi ha spostato la realizzazione dei piccoli elettrodomestici indirizzati verso gli Usa in altri Paesi del Sud-est asiatico, dove opera principalmente attraverso fornitori, e in Europa, dove possiede stabilimenti sia in Italia, a Mignagola (Treviso), sia in Romania.

Nel periodo da gennaio a marzo, De’ Longhi ha realizzato un fatturato complessivo di 755,2 milioni, il 60% del quale è riconducibile all’area europea mentre gli Stati Uniti e il mercato asiatico (che comprende anche il Giappone) pesano per il 15% ciascuno. In occasione della conferenza telefonica con gli analisti, poi, de’ Longhi aveva aggiunto: «I nostri team hanno lavorato a una strategia completa di mitigazione tariffaria, focalizzata sulla diversificazione delle fonti di approvvigionamento, su azioni commerciali e sul controllo dei costi per ridurre al minimo i potenziali effetti».

Tra le altre strategie messe in atto, come rivela la relazione trimestrale, anche quella di aumentare le scorte di magazzino, anticipando gli approvvigionamenti per il mercato americano in modo da evitare, almeno per un certo periodo, di dovere sopportare dazi più onerosi sulle merci alla Dogana. Avere fatto scorta potrebbe rivelarsi utile anche se dovesse tradursi in realtà l’ultima minaccia all’Europa di Trump.

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