Star bene sul posto di lavoro acquista sempre più importanza tra i lavoratori, ma non pare trovare adeguate risposte nel “trantran quotidiano” delle loro aziende. Questo vale tanto a livello internazionale, che in Italia.
The Guardian dice che il 74% della GenZ, quella dei nati a cavallo del cambio di millennio, mette in cima alle priorità un “sano equilibrio tra vita privata e lavorativa”, una quota maggiore di chi assegna la palma delle principali esigenze alla retribuzione. Per quel che riguarda i fatti di casa nostra, l’ottavo Rapporto Eudaimon-Censis sul welfare aziendale, che Affari&Finanza ha potuto consultare, posiziona addirittura la ricchezza al terzultimo posto tra i valori considerati più attrattivi dai lavoratori. È il benessere fisico e mentale, invece, a raggiungere la vetta della classifica (63,3 per cento), seguito dalla tranquillità (41,3 per cento) e subito dopo dall’equilibrio (36,2 per cento). «La ricerca di un impiego appagante passa anche attraverso la consa…
Star bene sul posto di lavoro acquista sempre più importanza tra i lavoratori, ma non pare trovare adeguate risposte nel “trantran quotidiano” delle loro aziende. Questo vale tanto a livello internazionale, che in Italia.
The Guardian dice che il 74% della GenZ, quella dei nati a cavallo del cambio di millennio, mette in cima alle priorità un “sano equilibrio tra vita privata e lavorativa”, una quota maggiore di chi assegna la palma delle principali esigenze alla retribuzione. Per quel che riguarda i fatti di casa nostra, l’ottavo Rapporto Eudaimon-Censis sul welfare aziendale, che Affari&Finanza ha potuto consultare, posiziona addirittura la ricchezza al terzultimo posto tra i valori considerati più attrattivi dai lavoratori. È il benessere fisico e mentale, invece, a raggiungere la vetta della classifica (63,3 per cento), seguito dalla tranquillità (41,3 per cento) e subito dopo dall’equilibrio (36,2 per cento). «La ricerca di un impiego appagante passa anche attraverso la consapevolezza di sé e il benessere psicologico, come dimostra il 30% degli intervistati», si legge nel Rapporto.
«Cresce il bisogno di un equilibrio tra vita privata e vita professionale, di tempo per sé stessi, soprattutto tra i giovani della Generazione Z. I dati lo confermano: il work-life balance ha superato la retribuzione tra le priorità. E non si tratta di una moda passeggera - assicura Alberto Perfumo, ceo di Eudaimon - ma di un chiaro sintomo di una ben più profonda trasformazione culturale».
Scorrendo la classifica delle priorità, prima della ricchezza (scelta come simbolo del benessere soltanto dal 9% degli intervistati) si trovano anche la famiglia e la sicurezza sul lavoro. Dopo la mera questione economica, in graduatoria trovano posto soltanto la percezione del futuro e il “divertimento”, concetto che evidentemente resta fuori dalle mura dell’ufficio.
Se oggi, annota ancora Perfumo, «il vero valore del lavoro non si misura solo in busta paga, ma dalla qualità della vita che è in grado di garantire», viene da chiedersi quanto le imprese stiano andando incontro a questa emergente esigenza delle loro persone. E in questo senso i sondaggi non sono incoraggianti.
Il 57% della Gen Z italiana si dichiara stressato, segnala ManPowerGroup in vista della sua Annual Conference: dato che supera la media nazionale che si ferma al 53 per cento. E l’Osservatorio sul benessere psicologico nelle aziende italiane, di Serenis con il Dipartimento di Scienze Economiche e Aziendali dell’Università di Padova, aggiunge che «il 61% degli intervistati mostra un livello di malessere psicologico crescente», in netto aumento sull’ultima rilevazione, «con il 57% che accusa la propria azienda di prestare scarso interesse verso questo aspetto». Numeri che fanno scopa con il Barometro di Unobravo, dal quale emerge che «la salute mentale continua a non essere adeguatamente valorizzata in azienda, con solo un terzo dei lavoratori (33 per cento) che ritiene che la propria organizzazione promuova un ambiente psicologicamente sano». Dal trattenersi per paura di sembrare «debole o poco professionale», al «sentirsi costretto a “indossare una maschera”», i lavoratori più giovani - trentenni - finiscono per essere i più colpiti dal burnout. E così considerano in massa, circa due su tre, di cambiare lavoro. Certo, nel mercato italiano tra il dire di voler lasciare un posto e farlo effettivamente c’è di mezzo un mare. Ma lo scollamento tra l’importanza che assumono queste dimensioni e la risposta che i lavoratori trovano in azienda pare assumere dimensioni sempre più preoccupanti.
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