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Caccia alle terre rare l’Eldorado sotto i mari

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Miliardi di tonnellate di minerali strategici sono sommersi: lo sfruttamento è già partito
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L’Eldorado esiste ed è sommerso come Atlantide. Un tesoro che supera qualsiasi immaginazione, custodito nell’abisso dell’Oceano. Non sono fantasie, ma una prospettiva economica che ora sta diventando concreta seppur in una tempesta di polemiche, avvolte da una nebbia normativa. Donald Trump però è convinto che la nuova età dell’oro spunterà dalla profondità del mare e lo scorso 24 aprile ha emesso un ordine esecutivo per iniziare subito lo sfruttamento. «La nostra nazione — ha scritto il presidente americano — può, attraverso le autorità esistenti o attraverso la creazione di partnership internazionali, avere l’accesso a minerali strategici come nickel, rame, cobalto, manganese, titanio e altre terre rare vitali per la nostra sicurezza e prosperità».

deep sea mining

La Casa Bianca ha ordinato di definire entro sessanta giorni le procedure per assegnare i permessi di commercializzazione: la nuova corsa all’oro sta per scattare. Potenzialmente, si tratta di una rivoluzione. Il deep sea…

L’Eldorado esiste ed è sommerso come Atlantide. Un tesoro che supera qualsiasi immaginazione, custodito nell’abisso dell’Oceano. Non sono fantasie, ma una prospettiva economica che ora sta diventando concreta seppur in una tempesta di polemiche, avvolte da una nebbia normativa. Donald Trump però è convinto che la nuova età dell’oro spunterà dalla profondità del mare e lo scorso 24 aprile ha emesso un ordine esecutivo per iniziare subito lo sfruttamento. «La nostra nazione — ha scritto il presidente americano — può, attraverso le autorità esistenti o attraverso la creazione di partnership internazionali, avere l’accesso a minerali strategici come nickel, rame, cobalto, manganese, titanio e altre terre rare vitali per la nostra sicurezza e prosperità».

deep sea mining

La Casa Bianca ha ordinato di definire entro sessanta giorni le procedure per assegnare i permessi di commercializzazione: la nuova corsa all’oro sta per scattare. Potenzialmente, si tratta di una rivoluzione. Il deep sea mining schiude un forziere di ricchezza infinita: miliardi di tonnellate di materie prime da cui dipende la tecnologia hitech, quelli che decideranno gli assetti geopolitici del futuro. L’amministrazione Trump valuta che in dieci anni permetterà un incremento del Pil di trecento miliardi di dollari, creando 100 mila posti di lavoro.

Il giacimento più ambito si trova sotto il Pacifico in un’area compresa tra il Messico e le Hawai, chiamata la Clarion-Clipperton Zone. È composto soprattutto da pepite sparse sulla superficie, grandi come patate, pronte per venire raccolte e raffinate: non c’è bisogno di trivellazioni. Il fatto che si trovino a seimila metri sotto le onde non sembra più un problema. The Metals Company, compagnia canadese che per prima tramite la filiale statunitense ha presentato una richiesta di concessione sulla base della direttiva Trump, ha studiato tutta la filiera: enormi cingolati robot setacciano il letto marino aspirando i noduli, che vengono trasferiti su navi specializzate per la raffinazione. La società crede che dall’area in cui vuole operare si possano ricavare 345 milioni di tonnellate di manganese, 15,5 milioni di tonnellate di nickel, 12,8 milioni di tonnellate di rame e due milioni di tonnellate di cobalto.

I filoni abissali

Più complessa l’estrazione degli altri filoni abissali. Ci sono i venti idrotermali, simili a camini vulcanici sottomarini che eruttano un magma incandescente che forma depositi zeppi di rame, zinco e in alcuni casi pure oro e argento: sono stati localizzati pure nel Mediterraneo.

la mappa dello sfruttamento

Le Nazioni Unite lo hanno considerato un bene comune dell’umanità: quella dell’Alto Mare è trattata come una riserva da proteggere contro speculazioni e interessi nazionali. Dal 1994 ne hanno affidato la supervisione alla Isa, International Seabed Authority, con sede a Kingston in Giamaica, che finora ha concesso trenta autorizzazioni per finalità scientifiche. L’Isa però non è ancora riuscita a varare un regolamento per la gestione di queste risorse che stabilisca criteri per il rispetto dell’ambiente e per evitare le controversie internazionali: potrebbe farlo nell’assemblea del prossimo luglio.

Il quadro giuridico però è veramente complesso. A chi appartengono infatti gli abissi sotto l’alto mare? Gli Stati Uniti non hanno mai aderito alla convenzione Unclos delle Nazioni Unite e quindi non riconoscono la governance che ha introdotto per lo sfruttamento delle risorse minerali sottomarine. «Oltre le acque territoriali — spiega l’ammiraglio Fabio Caffio, docente di diritto del mare — ci sono le zone economiche esclusive (Zee), che possono spingersi fino a 200 miglia. Allo stesso modo la sottostante piattaforma continentale, in cui ci sono idrocarburi e minerali e che rappresenta il prolungamento in mare del territorio emerso, può raggiungere il limite delle 200 miglia: lo Stato costiero può tuttavia avvalersi della facoltà di portarlo a 350 miglia nel rispetto delle procedure stabilite dall’Unclos per la cosiddetta ECS, Extended Continental Shelf. Mosca ha ottenuto parere favorevole dalla commissione Onu per la sua pretesa di ECS che supera le 350 miglia spingendosi sotto il Polo lungo formazioni montuose come la Dorsale di Lomonosov: nel 2007 un loro sottomarino nucleare ha piantato la bandiera russa in quei fondali. I diritti su questa dorsale sono comunque rivendicati pure da Canada e Danimarca. Gli Stati Uniti hanno invece istituito unilateralmente loro zone di ECS vicino all’Alaska».

le stime globali dei minerali critici

L’altro problema è la natura stessa dello sfruttamento, che si teme possa sconvolgere l’unico habitat incontaminato del pianeta. Un paradiso oscuro: circa il novanta per cento delle specie che vivono nella Clarion-Clipperton Zone sono sconosciute. E sono minacciate dalle operazioni estrattive. Uno studio del Natural History Museum e dal National Oceanography Centre ha esaminato l’area a largo delle Hawaii e c’è stato un test di raccolta di noduli negli anni Settanta: sono stati riscontrati segni di ripresa degli organismi più piccoli, ma la fauna di dimensioni maggiori è stata azzerata.

La strategica Norvegia

Per questo Francia, Germania, Canada e il Parlamento europeo hanno chiesto una moratoria mentre il Portogallo ha vietato ogni attività per un quarto di secolo. Ma la Norvegia lo scorso anno ha deciso di permettere l’estrazione in una superficie sommersa grande più o meno come l’Italia. Si trova nell’Artico, tra le Svalbard, la Groenlandia e l’Islanda: un ecosistema finora incontaminato. In Oceania, l’isola-Stato di Nauru già nel 2021 ha notificato all’Onu la volontà di sfruttare il tesoro sommerso. Il governo delle Isole Cook si muove sulla scia: questo arcipelago ha una Zee estesa per due milioni di chilometri quadrati, dove si stima ci siano 12 miliardi di tonnellate di noduli polimetallici. Già tre anni fa ha assegnato tre licenze ad aziende per esplorare le opportunità d’estrazione. Il premier delle Cook, Mark Brown, non ha dubbi: «Ci permetterà di offrire ai nostri giovani un’esistenza piena di soddisfazioni senza più emigrare».

E l’Italia? «Ci sono molte iniziative relative all’underwater — sottolinea l’ammiraglio Caffio — come il Polo della subacquea della Spezia coordinato dalla Marina Militare e la costituenda Agenzia per la sicurezza delle attività subacquee. Il fatto di essere uno dei membri fondatori e dei principali finanziatori dell’Isa ci offre l’opportunità di mediare con i fautori del deep sea mining». Il Piano del Mare, emanato dal governo Meloni nell’ottobre 2023, recita: «L’Italia dovrà valutare nel breve-medio termine l’opportunità di dotarsi della normativa richiesta dall’Onu per partecipare alle attività di sfruttamento e di creare le condizioni affinché questa sfida tecnologica, finanziaria e industriale possa essere condivisa dalle aziende italiane secondo un approccio precauzionale basato sul minimo impatto sugli ecosistemi marini». «Noi però — rimarca l’ammiraglio — abbiamo una sorta di taboo in questo campo. Nella piattaforma continentale italiana, in particolare nell’Adriatico, un tempo estraevano annualmente circa venti miliardi di metri cubi di gas; adesso solo un decimo per via di varie limitazioni, mentre proprio in Adriatico i croati cercano di massimizzare le attività offshore. Oltretutto si sa che nei fondali del Tirreno ci sono terre rare e minerali pregiati e a ovest della Sardegna ricchi giacimenti di gas e depositi di clatrati, composti di metano idrogenato allo stato solido».

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