Meloni torna scettica: “L’Ue deve rimuovere i suoi dazi interni”
dal nostro inviato Lorenzo De CiccoBOLOGNA – Riecco l’Europa che misura «il diametro del fagiolo». Davanti al gotha dell’imprenditoria crucciato per dazi e bollette, Giorgia Meloni dà la colpa all’Ue. E a possibili, per ora anonimi, «speculatori». All’EuropAuditorium di Bologna, l’assemblea di Confindustria riserva alla premier un’accoglienza ancora piuttosto benevola, ma con meno sprazzi di entusiasmo dell’anno passato. Il presidente Orsini chiede al governo risposte sui costi «insostenibili» dell’energia, soprattutto un piano straordinario per l’industria, visto che la produzione arranca. La premier fa buon viso ai desiderata degli industriali. E se le cose non vanno, fa capire, citofonare a Bruxelles.
Nel palacongressi, Meloni si accomoda in prima fila, accanto a un plotone di ministri, da Tajani a Santanchè. La leader del Pd, Elly Schlein, assiste distaccata in terza fila, con gli occhiali da sole inforcati tra i capelli. Sul podio, la premier fa subito capire quale sia la narrazione che intende offrire. Suona co…
BOLOGNA – Riecco l’Europa che misura «il diametro del fagiolo». Davanti al gotha dell’imprenditoria crucciato per dazi e bollette, Giorgia Meloni dà la colpa all’Ue. E a possibili, per ora anonimi, «speculatori». All’EuropAuditorium di Bologna, l’assemblea di Confindustria riserva alla premier un’accoglienza ancora piuttosto benevola, ma con meno sprazzi di entusiasmo dell’anno passato. Il presidente Orsini chiede al governo risposte sui costi «insostenibili» dell’energia, soprattutto un piano straordinario per l’industria, visto che la produzione arranca. La premier fa buon viso ai desiderata degli industriali. E se le cose non vanno, fa capire, citofonare a Bruxelles.
Nel palacongressi, Meloni si accomoda in prima fila, accanto a un plotone di ministri, da Tajani a Santanchè. La leader del Pd, Elly Schlein, assiste distaccata in terza fila, con gli occhiali da sole inforcati tra i capelli. Sul podio, la premier fa subito capire quale sia la narrazione che intende offrire. Suona così: il governo è con voi, i problemi derivano dal Green deal e dalla burocrazia dell’Unione, che ha «400 chilometri di gazzette» e che appunto ha passato il tempo a misurare il diametro dei legumi. Tutti «dazi interni che l’Ue si è auto-imposta», la tesi.
È una mossa soprattutto comunicativa, perché in realtà i rapporti con Ursula von der Leyen sono solidi. Ma Meloni esordisce così, rivolgendosi a Roberta Metsola, presidente dell’Eurocamera, che aveva appena detto che l’emiciclo di Strasburgo «è dalla vostra parte», tra elogi a Meloni, frecciate alla Lega («concentriamoci sui successi dell’Ue, non sui tappi di bottiglia») e discorsi sui dazi («Sono fiduciosa, ma non siamo ingenui con gli Usa»). «Siete dalla nostra parte? Sarò onesta, Roberta, questo dipende dalle maggioranze che si formano di volta in volta, ma sicuramente tu lo sei», la replica di Meloni.
La premier descrive un’Italia «tornata attrattiva», cita lo spread, il rating, i titoli pubblici. «Pensate in grande», lo slogan. «Remiamo nella stessa direzione». «La flessione della produzione preoccupa», è un inciso. E il cahier de doléances dispiegato da Orsini? Meloni se la prende con il Green deal, che favorirebbe le filiere dell’elettrico «controllate dalla Cina». Bisognerebbe dunque «contestare l’approccio ideologico alla transizione energetica». L’Europa, insiste, rilanci piuttosto il Gas Release: «Roberta mettici una buona parola». Per l’automotive, aggiunge, serve energia a prezzi competitivi. Ma l’Italia intanto, sostiene, «è sempre meno sola» nel proporre una revisione delle norme.
L’energia, ammette, «è la questione più urgente». La cassa però è quella che è. E «continuare a tamponare spendendo soldi pubblici non è la soluzione». Ecco quindi l’altro fronte, gli «speculatori». Il governo, annuncia la premier, prepara un’analisi del mercato, perché le «speculazioni sarebbero inaccettabili».
L’altro grande tema sono i dazi. Il rapporto con gli Usa di Trump. Meloni rievoca il faccia a faccia Vance-von der Leyen a Chigi, si intesta «l’inizio del dialogo». Poi sembra dare una pizzicata (un’altra) a Bruxelles quando aggiunge che serve «un approccio più politico che burocratico». A proposito di equilibri Ue, Meloni promette un’intesa con il cancelliere tedesco Friedrich Merz (che però rimane agganciato all’asse con la Francia): «Ci stiamo confrontando, se collaboriamo i risultati saranno ottimi».
Quanto alle richieste delle imprese, la presidente del Consiglio prende tempo sul piano Casa, ma rivendica l’annuncio di ripristinare il nucleare, «con mini-reattori». Segue un accenno polemico sull’ex-Ilva: «Tutti gli attori diano una mano, nessuno metta i bastoni tra le ruote». Con Orsini il feeling sembra buono, anche se la premier dice: «Non siamo sempre d’accordo». Quanto al piano industriale straordinario «per invertire la rotta», Meloni sfoggia un sorrisone. «Caro presidente, noi ci siamo». I soldi? Per ora quelli già annunciati nell’ultimo round di incontri a Palazzo Chigi. I famosi «15 miliardi» dal Pnrr, «che vorrei fossero rimodulati per l’occupazione e la produttività».
A sessione finita, mentre la premier monta sull’auto blu per visitare, insieme a Metsola, il Tecnopolo, gli imprenditori rompono le righe. Ecco Fedele Confalonieri: «Come va Meloni al governo? Molto bene», fa il presidente di Mediaset, poca voglia di dichiarare, «io ormai sono superato». Il vicepremier Antonio Tajani apre invece alla prospettiva di una tregua Ue-Usa con dazi reciproci al 10%: «Può essere un punto di caduta? Vediamo, la trattativa è in corso». Elly Schlein intanto punge: «Meloni sui dazi di Trump non dice nulla».