“Allo stato attuale, mentre la situazione varia a una velocità mozzafiato, i dazi possono ridurre il Pil americano fino all’1% nel 2025 con una perdita di 690 dollari per famiglia. Ma in assenza di un quadro chiaro e delle condizioni finali dei vari accordi in fase negoziale, sono stime a dir poco approssimative”. Robert Merton, classe 1944, economista di Harvard con PhD al Mit, premio Nobel 1997, è in Italia per una serie di lezioni e dibattiti organizzati dall’Università di Brescia e dall’Istituto Iseo. “Si è rotto il patto di fiducia negli Stati Uniti su tutte le piazze mondiali”.
Che idea si è fatto sulle motivazioni delle scelte di Trump?
“Il libero scambio è la soluzione più efficiente. Ci sono, è vero, situazioni in cui assicurare l’offerta domestica di prodotti e servizi critici può giustificare il costo di barriere all’entrata, o casi di sicurezza nazionale o protezione contro politiche aggressive disegnate per ridurre la competizione. Ma sono casi precisi, ben documentati …
“Allo stato attuale, mentre la situazione varia a una velocità mozzafiato, i dazi possono ridurre il Pil americano fino all’1% nel 2025 con una perdita di 690 dollari per famiglia. Ma in assenza di un quadro chiaro e delle condizioni finali dei vari accordi in fase negoziale, sono stime a dir poco approssimative”. Robert Merton, classe 1944, economista di Harvard con PhD al Mit, premio Nobel 1997, è in Italia per una serie di lezioni e dibattiti organizzati dall’Università di Brescia e dall’Istituto Iseo. “Si è rotto il patto di fiducia negli Stati Uniti su tutte le piazze mondiali”.
Che idea si è fatto sulle motivazioni delle scelte di Trump?
“Il libero scambio è la soluzione più efficiente. Ci sono, è vero, situazioni in cui assicurare l’offerta domestica di prodotti e servizi critici può giustificare il costo di barriere all’entrata, o casi di sicurezza nazionale o protezione contro politiche aggressive disegnate per ridurre la competizione. Ma sono casi precisi, ben documentati e analizzati: qui invece si brandisce l’arma dei dazi come uno strumento estremo di coercizione buono per tutti gli usi”.
Trump dice che così si riportano a casa le produzioni...
“A parte che ogni produttore si fa i suoi calcoli sulla base del costo del lavoro e del capitale, una modifica così sostanziale significa un investimento importante con tempi lunghi di implementazione. Per farlo occorre un quadro chiaro e stabile, la convinzione che la politica dei dazi, quale che sia, a quel punto resterà ferma e gli accordi verranno onorati. Non mi sembrano le condizioni presenti. Con l’estrema volatilità attuale, è molto scarsa la volontà di muovere il manifatturiero negli Usa. È una questione di risk management. Quello che accade viceversa è la scelta di vendere su altri mercati impoverendo l’offerta”.
Quando si uscirà dal pantano di misure, ricorsi, smentite?
“Servirà molto tempo perché sia fissata una politica precisa, in grado di consentire una programmazione valida. Ora non si può far altro che dipingere scenari sapendo già che sono da aggiornare il giorno dopo”.
Però ci sono stati dei recuperi nei mercati...
“Azioni, titoli e dollaro hanno subito tali fluttuazioni che, malgrado qualche guadagno sul breve, la fiducia degli investitori a lungo termine è compromessa. I cambi di posizione sui dazi sono così repentini che si è rotta la certezza che gli Usa terranno fede agli accordi e che non cambieranno le carte radicalmente solo per forzare rinegoziazioni in futuro. Così, gli investitori sceglieranno altri mercati”.
L’inflazione è la prima conseguenza?
“Gruppi quali Ford, Walmart e Target hanno detto che i dazi causano aumenti dei prezzi. I dazi sono tasse selettive, pagati da produttori e consumatori in misura variabile. Se la situazione non si stabilizza le imprese non sono motivate a vendere in America e i prezzi salgono”.
È saltata la globalizzazione?
«Sì, ma la globalizzazione non finirà: tagliare i mille legami consolidati nelle catene del valore non è possibile e storicamente molto raro. Piuttosto evolverà in una forma influenzata da strategie politiche, con una maggiore digitalizzazione che favorirà lo sviluppo dei servizi finanziari – capitale, risparmi, investimenti – a minori costi, anche se i nazionalismi spingono in direzione opposta. Né va dimenticato il ruolo dell’AI e delle blockchain come fattori “globalizzanti”».
Quali altri aspetti della politica di Trump la lasciano perplessa?
“Fatica a capire che l’immigrazione è parte delle soluzioni all’inverno demografico. Grazie alla forza lavoro immigrata si reggono le economie e si allenta il peso dell’assistenza. Serve un atteggiamento proattivo di integrazione, e investimenti nel training e nell’educazione migliorando i percorsi legali di cittadinanza e creando coesione sociale per evitare contraccolpi politici o ghettizzazioni”.