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"Comprate negli Usa”. Cosa vuole davvero Trump dall’Europa

Donald Trump 

 
La trattativa sui dazi procede a strappi. Deficit, Iva e prodotti agricoli sono gli ostacoli
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Le prime avvisaglie, piuttosto autorevoli a dire il vero, avevano iniziato a circolare negli opulenti corridoi del King Abdulaziz Conference Center di Riad, dove il 13 maggio scorso il principe ereditario Mohammed bin Salman e il presidente Donald Trump avevano riunito il Saudi-U.S. Investment Forum. Chiacchierando in maniera informale con la delegazione americana, il segretario al Commercio Howard Lutnick aveva avvertito che non voleva più parlare con Maroš Šefcovic, sua controparte nella Commissione europea. Perché il negoziato sui dazi non andava da nessuna parte e tanto valeva smettere di perderci tempo.

L’altalena Trump

Ora sappiamo cosa è seguito, ossia la minaccia del capo della Casa Bianca di imporre dal primo giugno una tariffa del 50% su tutte le importazioni dal Vecchio continente, la chiamata con Ursula von der Leyen, il rinvio della tagliola al 9 luglio e la ripresa dei colloqui. Ciò che resta misterioso però, anche per chi ha vissuto il dramma nelle stanze dove accadeva…

Le prime avvisaglie, piuttosto autorevoli a dire il vero, avevano iniziato a circolare negli opulenti corridoi del King Abdulaziz Conference Center di Riad, dove il 13 maggio scorso il principe ereditario Mohammed bin Salman e il presidente Donald Trump avevano riunito il Saudi-U.S. Investment Forum. Chiacchierando in maniera informale con la delegazione americana, il segretario al Commercio Howard Lutnick aveva avvertito che non voleva più parlare con Maroš Šefcovic, sua controparte nella Commissione europea. Perché il negoziato sui dazi non andava da nessuna parte e tanto valeva smettere di perderci tempo.

L’altalena Trump

Ora sappiamo cosa è seguito, ossia la minaccia del capo della Casa Bianca di imporre dal primo giugno una tariffa del 50% su tutte le importazioni dal Vecchio continente, la chiamata con Ursula von der Leyen, il rinvio della tagliola al 9 luglio e la ripresa dei colloqui. Ciò che resta misterioso però, anche per chi ha vissuto il dramma nelle stanze dove accadeva, è cosa voglia davvero Trump dall’Europa. Particolare non irrilevante perché senza è difficile accontentarlo, anche volendo andargli incontro, e quindi capire quale scenario possa evitare la guerra commerciale tra alleati. Ammesso che lo stop imposto mercoledi’ dalla U.S. Court of International Trade non diventi permanente, bloccando l’intera strategia dei dazi.

I rapporti commerciali dell’Ue

Il punto di partenza è l’avversione cronica del presidente per la Ue, fondata secondo lui per «fregare gli Usa». La verità storica è che proprio Washington incoraggiò la sua creazione, perché avrebbe consentito di opporsi meglio all’Urss, ma nella presidenza dei «fatti alternativi», come sosteneva durante il primo mandato la consigliera Kellyanne Conway, la realtà è un accessorio superfluo, quando non dannoso. Se dunque l’obiettivo è distruggere l’Unione Europea, lo scontro è ideologico, inevitabile e insanabile.

Se invece si tratta di una questione economica, bisogna farsi un po’ di conti. La stragrande maggioranza degli economisti, incluso il guru di Ronald Reagan Arthur Laffer, pensa che «i dazi sono sempre dannosi» e considera irrilevanti i deficit commerciali. Trump però è fissato su questo metro di giudizio e accusa la Ue di «fregare» agli Usa 250 miliardi di dollari all’anno, fra «barriere commerciali, tasse Iva, sanzioni ridicole alle aziende, barriere non monetarie, manipolazioni monetarie, cause legali ingiuste contro le aziende americane». La realtà è che nel 2024 il deficit negli scambi tra Washington e Bruxelles è stato di 157 miliardi di euro, che si riducono a 48 se uno considera i servizi. Bruscolini, per due economie da oltre 20.000 miliardi all’anno. Infatti dopo il primo incontro a Washington con Lutnick, Šefcovic ci aveva spiegato che se il problema era questo sarebbe stato facile risolverlo, ad esempio comprando un po’ più di gas liquido americano, soia, o altri beni. Il problema però non era questo e ciò ha impedito di trovare rapidamente una via d’uscita logica.

La bilancia commerciale tra Usa e Ue

La versione di Trump sull’Iva

Bruxelles ha proposto di togliere tutti i dazi sui beni industriali, incluso il 10% imposto sulle auto americane, ma neanche scendere a zero è bastato. Trump insiste molto sull’Iva, che considera una trappola tesa contro le aziende americane, ma in realtà è adottata da circa 170 paesi ed è neutrale, perché si applica nella stessa misura ai beni importati e domestici. Quindi la questione non è nemmeno sul tavolo. Lui si lamenta del fatto che gli europei non comprano prodotti agricoli e di allevamento americani, ma su questo Bruxelles è inflessibile, perché ne va della salute dei propri cittadini. Non accetterà mai vegetali geneticamente modificati o polli disinfettati col cloro.

Se su questi terreni non esiste intesa, oltre ce ne sono altri ancora più complessi. Il primo è la distruzione dell’Unione, che vorrebbe dire guerra. Il secondo è usare la minaccia dei dazi per spingere l’Europa a tagliare i ponti con la Cina. Su questo le due sponde dell’Atlantico potrebbero avere alcuni interessi comuni, ma la maniera migliore di perseguirli non è alienare gli alleati con cui bisognerebbe fare fronte comune, come ha notato l’ex vice segretario di Stato dell’amministrazione Biden Kurt Campbell.

Un’altra suggestione che affascina Trump è l’idea del predecessore William McKinley di sostituire l’Internal Revenue Service con l’External Revenue Service, ossia smettere di raccogliere le tasse domestiche, per rimpiazzarle con i proventi dei dazi. Il problema è che McKinley non era riuscito a realizzare questo progetto a fine Ottocento, figuriamo oggi, quando per incassare una somma equivalente a quella raccolta ogni anno dall’Irs servirebbero tariffe del 100% su tutte le importazioni negli Usa. Magari il capo della Casa Bianca sarebbe disposto ad accontentarsi di qualcosa in meno, ossia abbastanza soldi per finanziare i tagli alle tasse promessi ai suoi amici miliardari, salvando l’apparenza di essere fiscalmente responsabile. A questo scopo potrebbero servire dazi permanenti del 10%, senza ritorsioni europee.

La risposta europea

Il rischio però è il Vecchio continente si svegli e risponda. Vuoi il 5% del Pil investito in difesa? D’accordo, ma lo facciamo sviluppando la nostra industria degli armamenti, come con gli aerei di Airbus che surclassano Boeing, invece che comprare da voi. E magari eliminiamo i dazi interni del 44%, cosa che secondo l’Fmi farebbe aumentare il pil del 3% nell’arco di dieci anni. Jason Furman, ex consigliere economico di Obama e professore da Harvard, ha scritto che la Ue dovrebbe fare quattro cose: «Primo, cercare un buon accordo con Trump attraverso concessioni benefiche per la propria economia, che esistono. Secondo, prepararsi all’incertezza. Terzo, diversificare con altri partner, perché gli Usa sono più inaffidabili. Quarto, approfondire l’integrazione, adottando le sollecitazioni del rapporto Draghi. Con le risposte corrette, la Ue potrebbe uscirne più forte, indipendentemente da cosa faranno gli Usa. Lo stesso non posso dire della capacità dell’America di restare illesa dalla sua enorme ferita autoinflitta».

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