La media impresa tira al Centro-Sud
di Emma BonottiMILANO – Per oltre 4.300 aziende italiane il 2024 si potrebbe descrivere con una parola: resilienza. Perché se da un lato le esportazioni delle medie e grandi imprese sono cresciute del 3,3% rispetto all’anno precedente, la frenata delle vendite domestiche (-1,8 per cento) ha portato il comparto a chiudere i 12 mesi con un fatturato totale in lieve aumento, appena lo 0,6% in più del 2023.
I numeri provengono da un’indagine dell’Area Studi di Mediobanca sul cosiddetto “quarto capitalismo” tricolore, che da solo vale quasi un terzo delle vendite e un quinto della forza lavoro dell’intera manifattura del Paese. Gli analisti hanno raccolto un campione di 642 aziende, principalmente a conduzione familiare, con un’organizzazione piuttosto strutturata e non troppa propensione ad aprire il capitale a terzi.
MILANO – Per oltre 4.300 aziende italiane il 2024 si potrebbe descrivere con una parola: resilienza. Perché se da un lato le esportazioni delle medie e grandi imprese sono cresciute del 3,3% rispetto all’anno precedente, la frenata delle vendite domestiche (-1,8 per cento) ha portato il comparto a chiudere i 12 mesi con un fatturato totale in lieve aumento, appena lo 0,6% in più del 2023.
I numeri provengono da un’indagine dell’Area Studi di Mediobanca sul cosiddetto “quarto capitalismo” tricolore, che da solo vale quasi un terzo delle vendite e un quinto della forza lavoro dell’intera manifattura del Paese. Gli analisti hanno raccolto un campione di 642 aziende, principalmente a conduzione familiare, con un’organizzazione piuttosto strutturata e non troppa propensione ad aprire il capitale a terzi.
Forte il Centro-Sud, meno il Nord
Non tutte le aree d’Italia viaggiano alla stessa velocità. Quel flebile balzo complessivo nasconde un calo delle vendite totali delle regioni settentrionali (-3,2% nel Nord Ovest e -1,4% nel Nord Est) e un’accelerazione del Mezzogiorno (+4,9 per cento) ma soprattutto del Centro (+11,2 per cento).
A brillare sui mercati esteri sono ancora una volta le imprese del Centro-Sud, che riescono a incassare un allungo di oltre il 15 per cento, mentre tra i confini nazionali, dove la sofferenza è più diffusa, solo quelle dell’Italia centrale ampliano il loro giro d’affari.
Ottimismo temperato per il 2025
Nonostante un clima geopolitico ed economico incerto, in bilico tra dazi, contro dazi e guerre, gli imprenditori guardano al 2025 con un ottimismo che si potrebbe definire temperato. Più della metà degli intervistati prevede per quest’anno un aumento del fatturato del comparto, che secondo le stime di Mediobanca dovrebbe crescere di quasi il 3 per cento.
Contrariamente a quanto ci si potrebbe aspettare, la preoccupazione maggiore non sono le barriere commerciali e le mosse di Trump, ma piuttosto la concorrenza di prezzo che potrebbero subire sui mercati. Al secondo e terzo posto si collocano poi il contesto geopolitico instabile e gli alti costi dell’energia, per cui molte imprese hanno già messo in campo strategie di contenimento dei prezzi.
I dazi spaventano ma prevale l’incertezza
Le tariffe spaventano sì, ma rimangono fuori dal podio. È vero che lo studio non approfondisce l’analisi nei settori, impattati diversamente dai dazi. Ma secondo gli esperti l’imprenditore tipo oggi resta sul «chi va là», in attesa di capire come gli affondi e i dietrofront delle parti si tradurranno in una ricaduta sulle proprie attività.
Per affrontare le prossime sfide, le aziende hanno individuato tre vie maestre: entrare in nuovi mercati, incrementare gli investimenti in tecnologia e sviluppare nuovi prodotti e servizi.
Attenzione per i temi Esg
Un occhio di riguardo è poi rivolto alle tematiche Esg, su cui sono impegnate oltre l’80% delle imprese coinvolte nel sondaggio, anche se poche lo comunicano abitualmente. Tra il 2023 e il 2024 è diminuita di circa il 9% la quantità di rifiuti pericolosi, mentre è aumentata dell’8% la quota di materiali di riciclo e di cosiddette materie prime secondarie impiegate nei processi produttivi.
Bene, dunque, ma non è abbastanza. Gli esperti notano come ancora solo il 6,4% di tali imprese utilizzi energia proveniente da fonti rinnovabili per oltre il 60% dei propri consumi annui, mentre più della metà non sia ancora in grado di quantificare le proprie emissioni di gas serra, un passaggio fondamentale per raggiungere gli obiettivi di Net Zero europei al 2050.
E qui si accende una spia: perché per quanto i manager possano sposare la teoria, solo il 41,9% di loro reputa che sia possibile azzerare l’impronta carbonica dell’Ue per tempo e quasi il 60%, più semplicemente, non si dichiara fiducioso in tal senso.