Nel 2019 Ren Zhengfei aveva fatto tappezzare i campus di Huawei con un’immagine: un bombardiere sovietico della Seconda Guerra Mondiale tutto crivellato di colpi, ma che continuava a volare. Era il momento più difficile per l’azienda cinese. Il boicottaggio dell’amministrazione Trump, che l’aveva inserita nella lista nera, le impediva di utilizzare nei suoi prodotti chip o software americani. Nel frattempo Meng Wanzhou, direttrice finanziaria e primogenita di Ren, era agli arresti in Canada con una richiesta di estradizione di Washington. Siamo sforacchiati come quell’aereo, diceva ai 200 mila dipendenti il fondatore Ren, che dagli anni come ingegnere nell’Esercito aveva conservato disciplina e immaginario militari, ma chiuderemo i buchi e andremo avanti.
L’espansione di Huawei
Sei anni dopo, all’alba del Trump bis, Huawei vola più alto che mai. Non solo continua a dominare il vecchio mercato delle reti telefoniche; non solo ha rilanciato i suoi smartphone con un’alternativa fatta in…
Nel 2019 Ren Zhengfei aveva fatto tappezzare i campus di Huawei con un’immagine: un bombardiere sovietico della Seconda Guerra Mondiale tutto crivellato di colpi, ma che continuava a volare. Era il momento più difficile per l’azienda cinese. Il boicottaggio dell’amministrazione Trump, che l’aveva inserita nella lista nera, le impediva di utilizzare nei suoi prodotti chip o software americani. Nel frattempo Meng Wanzhou, direttrice finanziaria e primogenita di Ren, era agli arresti in Canada con una richiesta di estradizione di Washington. Siamo sforacchiati come quell’aereo, diceva ai 200 mila dipendenti il fondatore Ren, che dagli anni come ingegnere nell’Esercito aveva conservato disciplina e immaginario militari, ma chiuderemo i buchi e andremo avanti.
L’espansione di Huawei
Sei anni dopo, all’alba del Trump bis, Huawei vola più alto che mai. Non solo continua a dominare il vecchio mercato delle reti telefoniche; non solo ha rilanciato i suoi smartphone con un’alternativa fatta in casa al sistema operativo Android; non solo è un’idra con teste che si espandono dall’automotive ai cavi sottomarini; ma soprattutto è in prima linea nella campagna cinese per l’autarchia nella tecnologia più importante, chiave della sfida con gli Stati Uniti, cioè i microprocessori per l’Intelligenza artificiale finora monopolio dell’americana Nvidia. Non a caso lo scorso febbraio, alla riunione convocata da Xi Jinping con i grandi dell’hi-tech, l’80enne Ren era seduto al centro, dritto di fronte al grande leader. Più importante del giovane prodigioso di DeepSeek Liang Wenfeng, più dei nuovi campioni di batterie e auto elettriche.
I conti di Huawei
Non è solo un premio alla carriera. L’azienda nata nel 1987 a Shenzhen come produttore di centraline telefoniche resta tutt’ora il gioiello della corona. L’emblema delle politiche industriali che hanno reso la Cina superpotenza, della corsa lanciata dal regime, ben prima di Xi, Trump e della Guerra Fredda 2.0, a rendersi indipendente dagli stranieri nelle tecnologie base. Una missione a cui Ren, come racconta la reporter del Washington Post Eva Dou nel suo “House of Huawei”, si è dedicato con mix di etica militare — la famosa “cultura dei lupi” — e maxi investimenti in ricerca, nazionalismo e sostegno statale, innovando l’innovabile, scopiazzando il copiabile e azzannando ai margini i concorrenti. Miracolo cinese in purezza.
La logica applicata ai chip
Quella ricetta Ren ora la applica ai chip, il tallone d’Achille cinese su cui gli Stati Uniti hanno centrato la loro strategia di contenimento. Dopo vari e onerosi insuccessi, Xi ha dato a Huawei il compito di guidare e coordinare la riscossa nel silicio. Mentre il primo Trump e poi Biden vietavano di vendere a Oriente sempre più tecnologie americane, la società ha usato canali leciti e no per accumulare scorte. Ma soprattutto ha iniziato a replicare in casa l’intera filiera globale, uno sforzo che gli esperti definiscono «senza precedenti»: non solo il design, ma anche la stampa dei circuiti (avendo perso l’accesso alle fonderie taiwanesi) e la produzione dei macchinari (oggi europei). Le foto satellitari mostrano tre nuovi maxi impianti a Shenzhen, di Huawei o società satellite.
Nel famoso incontro, Ren ha assicurato Xi che la vulnerabilità cinese nel «cuore», i processori, e nell’«anima», i sistemi operativi, verrà presto sanata. Ma è vero? Presi singolarmente i chip più avanzati di Huawei, gli Ascend 910C, non reggono il passo di Nvidia. Eppure la società pare riuscita a combinarli in supercomputer dalle prestazioni anche superiori, sebbene voraci di energia. Il vantaggio di Nvidia è anche nella diffusione del suo sistema di programmazione Cuda, lo standard per chi sviluppa modelli di IA. Ma anche qui Huawei sta provando a recuperare puntando — come DeepSeek — sulla forza dell’open source. In sintesi: un ritardo resta, specie nella parte di manifattura, ma si riduce.
Da qui la questione: il boicottaggio tecnologico americano funziona o no? Sul punto si scontrano due scuole di pensiero opposte. La prima sostiene che sia controproducente, perché rende gli sforzi di autarchia cinesi ancora più urgenti e autoesclude le aziende americane da un mercato ricchissimo. È tesi minoritaria ma con autorevoli difensori, tra cui l’interessato fondatore di Nvidia Jensen Huang che definisce Huawei «formidabile». La tesi maggioritaria dice invece che le restrizioni funzionano poco perché sono blande e aggirabili, che dovrebbero essere allargate e rafforzate. Che l’aereo va colpito con armi di più alto calibro.
Ma la questione decisiva è cosa di tutto questo pensi Trump, l’uomo che sei anni fa cercò per primo di abbatterlo e oggi se lo ritrova davanti ancora più minaccioso. I segnali sono discordanti. Nel suo recente viaggio in Medio Oriente il presidente ha garantito ai Paesi dell’area ampie forniture di super chip americani, stracciando la dottrina Biden secondo cui — per evitare che finiscano in Cina — la loro diffusione nel mondo va controllata. Nel frattempo però l’amministrazione ha anche stretto le viti del contenimento, vietando a Nvidia di vendere ai cinesi pure i chip meno potenti, avvertendo i Paesi terzi che comprare processori Huawei li esporrebbe a sanzioni, infine bloccando anche l’esportazione dei software (americani) usati per progettare i circuiti. Resta il dubbio: Trump riconosce la strategicità della sfida tech o è disposto a negoziare anche su quella? Intanto Huawei e la Cina continuano a correre.