Le bollette rischiano di rompere le piastrelle emiliane
Sono quarantamila, mandano avanti uno dei settori più caratteristici del Made in Italy da esportazione e sono messi a rischio - ancora una volta - dai prezzi dell’energia. Identikit dei lavoratori del settore piastrelle di ceramica tra le province di Modena e Reggio Emilia e di tutti i loro colleghi dell’indotto: gli uomini e le donne dietro la produzione di oltre l’85% delle piastrelle italiane.
A tracciare il ritratto del settore, del suo impatto sui territori, sull’occupazione e sull’economia, è una ricerca del dipartimento di Economia dell’Università di Modena e Reggio Emilia, presentata nella capitale della piastrella - Sassuolo - nelle scorse settimane. E dietro i numeri c’è appunto una situazione che sta diventando insostenibile per questo settore energivoro e dove proprio i costi di gas ed elettricità rischiano di dare un colpo pesante a un’industria esportatrice che finora ha saputo vincere la sfida della qua…
Sono quarantamila, mandano avanti uno dei settori più caratteristici del Made in Italy da esportazione e sono messi a rischio - ancora una volta - dai prezzi dell’energia. Identikit dei lavoratori del settore piastrelle di ceramica tra le province di Modena e Reggio Emilia e di tutti i loro colleghi dell’indotto: gli uomini e le donne dietro la produzione di oltre l’85% delle piastrelle italiane.
A tracciare il ritratto del settore, del suo impatto sui territori, sull’occupazione e sull’economia, è una ricerca del dipartimento di Economia dell’Università di Modena e Reggio Emilia, presentata nella capitale della piastrella - Sassuolo - nelle scorse settimane. E dietro i numeri c’è appunto una situazione che sta diventando insostenibile per questo settore energivoro e dove proprio i costi di gas ed elettricità rischiano di dare un colpo pesante a un’industria esportatrice che finora ha saputo vincere la sfida della qualità - con relativo prezzo - rispetto alle produzioni cinesi, turche e indiane.
Bollette peggio dei dazi
Quello che i dazi di Donald Trump non riusciranno forse a fare, rischia insomma di farlo la bolletta miliardaria che le aziende della ceramica - piastrelle, ma anche sanitari - devono pagare. E con loro entra in sofferenza anche un indotto di ampia portata, che va dagli estrattori di materie prime ai produttori di forni industriali e a quelli attivi nell’automazione.
Un settore che vale
«La manifattura del settore - spiega Gianluca Marchi, prorettore vicario dell’Università di Modena e Reggio Emilia, nella ricerca che analizza l’impatto della ceramica sul sistema economico - è un motore di sviluppo e un moltiplicatore economico». Nel primo caso perché porta un valore aggiunto appena sotto i 2 miliardi di euro, che stando ai dati del 2022, significa più dell’11% del totale del valore aggiunto manifatturiero nelle due province, con il 7,5% dell’occupazione complessiva. Dati che si replicano sul versante dell’impiego, con oltre 14 mila addetti nel settore in senso stretto, che salgono a 40 mila se si considera tutta la filiera che sta a monte e a valle della piastrella. E per quel che riguarda l’effetto moltiplicatore, oltre gli ovvi numeri di un indotto che spazia dalla chimica alla logistica, c’è da tenere presente il flusso di investimenti cospicuo nelle due provincie, che nel corso degli anni ha sempre rappresentato più dell’80 per cento, e in qualche caso anche il 90 per cento, degli investimenti totali effettuati in Italia nel settore delle piastrelle e dell’indotto. Anche qui i dati sono in calo, dopo una crescita nel periodo 2018-2019, già nel 2023 gli investimenti hanno subìto una contrazione dovuto proprio alla difficile situazione competitiva.
Perché il tema dell’energia è così importante per il settore? Innanzitutto proprio per il peso che l’energia ha sulla produzione, che in numeri si traduce in un consumo annuo di 1,2 miliardi di metri cubi di gas e 1,9 miliardi di chilowattora di energia elettrica. C’è un tema tutto italiano, ovviamente, ed è quello degli alti costi dell’energia che penalizzano i nostri produttori anche rispetto ai concorrenti europei. Un tema che sta creando non poche tensioni nella stessa Confindustria tra i produttori energivori e le aziende energetiche che pure aderiscono all’associazione.
Il nodo degli Ets
Ma a pesare in modo insostenibile su questi costi energetici già alti, si aggiungono i costi portati dal meccanismo europeo Ets, partito nel 2023, che regolamenta lo scambio di emissioni per le quote di Co2, e che oggi pesa oltre 70 dollari per tonnellata di emissioni, contro i 13 dollari cinesi o i meno di 40 negli Usa. Per un settore come quello della ceramica, che ogni anno ha emissioni di circa 3,5 milioni di tonnellate - circa l’1% del totale nazionale e il 3% circa delle intere emissioni dell’industria - un fardello pesante. Come ha spiegato alla presentazione dello studio Davide Tabarelli di Nomisma Energia, poi, a influenzare il funzionamento degli Ets è anche la speculazione finanziaria che si è ormai concentrata su questi strumenti, modificandone in modo radicale gli obiettivi e il funzionamento. «I costi Ets aggiungono un onere del 15% ai già alti prezzi dell’energia delle nostre imprese che, già da tempo, sono molto penalizzanti rispetto a quelli dei concorrenti internazionali», dice Augusto Ciarrocchi, presidente di Confindustria Ceramica. Per questo, «sono necessari urgenti interventi normativi per correggere il funzionamento del sistema Ets perché l’attuale configurazione toglierà alle nostre imprese sempre maggiori risorse da destinare agli investimenti in innovazione e competitività, con conseguenti concreti e crescenti rischi di delocalizzazioni all’estero o di chiusure».
Le richieste al governo
Un rischio che si sta già concretizzando, a sentire Graziano Verdi, che è vicepresidente di Confindustria Ceramica e guida anche la confederazione dei produttori europei: «La scorsa settimana una media azienda ceramica ha chiuso e la situazione sta diventando insostenibile». Né il futuro si annuncia molto migliore. Anzi, l’entrata in vigore del sistema Cbam, che dovrebbe fungere da “dazio” per i produttori esterni all’Europa che producono emissioni, rischia di trasformarsi in un boomerang perché finirà il sistema di assegnazioni gratuite per i produttori europei. Per questo le imprese chiedono che si continui con una fase transitoria: «È indispensabile - dice ancora Verdi - che, da subito, si decida di prorogare la riduzione delle quote gratuite, il cui taglio è calendarizzato da gennaio 2026, unita alla compensazione dei costi indiretti degli Ets, che vede l’industria ceramica – un settore che esporta l’83% del fatturato in 150 paesi del mondo - inspiegabilmente esclusa. Necessaria ed urgente è anche la “gas release”, approvata da tre anni ma ancora al palo».