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Grandi magazzini in crisi: da Coin a Hudson’s Bay, si salvano solo grandi città e insegne di lusso

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Tante chiusure i licenziamenti, per colpa dell’online e delle griffe globali come Zara e Ikea. Negli Usa crollo del business del 78% in 34 anni
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MILANO – C’era una volta il grande magazzino, nato dopo il boom economico per risolvere in un unico luogo i bisogni di tutte le famiglie. Modello americano esportato in tutto il mondo e poi declinato in ogni Paese dalla Russia alla Spagna, passando per l’Inghilterra fino all’Italia. Ogni Paese ha il suo grande magazzino, che sia di lusso come la Rinascente – dove un giovane Giorgio Armani iniziò come vetrinista – o di tenore più popolare come la Standa, “la casa degli italiani” di Silvio Berlusconi. Negli anni Ottanta il modello luccicante dei grandi magazzini ha il suo apice, fino agli anni novanta. Poi la rivoluzione delle grandi insegne internazionali, da Zara che mette in crisi El Corte Inglés, all’Ikea che comprime e riduce i reparti casa di tutte le insegne del mondo.

MILANO – C’era una volta il grande magazzino, nato dopo il boom economico per risolvere in un unico luogo i bisogni di tutte le famiglie. Modello americano esportato in tutto il mondo e poi declinato in ogni Paese dalla Russia alla Spagna, passando per l’Inghilterra fino all’Italia. Ogni Paese ha il suo grande magazzino, che sia di lusso come la Rinascente – dove un giovane Giorgio Armani iniziò come vetrinista – o di tenore più popolare come la Standa, “la casa degli italiani” di Silvio Berlusconi. Negli anni Ottanta il modello luccicante dei grandi magazzini ha il suo apice, fino agli anni novanta. Poi la rivoluzione delle grandi insegne internazionali, da Zara che mette in crisi El Corte Inglés, all’Ikea che comprime e riduce i reparti casa di tutte le insegne del mondo.

L’arrivo dell’online mette in crisi le vendite

Negli anni 2000 il commercio online, prima di Amazon poi dei colossi cinesi a basso prezzo come Shein e Temu, dà un'altra falcidiata ai ricavi, e i grandi magazzini si svuotano di clienti, dipendenti e offerte mentre arrivano i primi fallimenti come le americane Sears e JCPenney. Anche perché pure le griffe di lusso, o si fanno i propri grandi Magazzini (Lvmh rilancia il Bom Marches e la Samaritaine) o spingono sui negozi a gestione diretta, e sui corner, impoverendo l’offerta dei department store.

La pandemia fa saltare le insegne in crisi

La pandemia dà una mazzata finale alla sostenibilità dei costi e degli affitti di questi mega negozi. E chi già aveva un bilancio fragile vacilla: in Giappone chiude Onuma, negli Usa vanno in sofferenza Macy’s e Bloomingdale's, Neiman Marcus e Saks vedono una discontinuità nell’azionariato e pesanti tagli ai punti vendita, in Inghilterra salta Debenhams, e ora anche la canadese Hudson’s Bay ha fatto ricorso a una procedura del Chapter eleven mentre su Coin è in corso una procedura di omologa del piano di ristrutturazione che il Tribunale delle imprese dovrà approvare, dopo l’intervento del Mimit e il sostegno di un pool di investitori privati e pubblici come Invitalia.

Si salvano le grandi città grazie al turismo

Solo le grandi insegne nelle grandi città resistono, Harrods viene rilanciata e sostenuta dai capitali arabi (prima Al-Fayed e poi i qatarioti della Qia) che hanno conquistato Londra, la Rinascente passa in mano alla thailandese Central Retail Corporation e solo alcune insegne storiche come l’inglese Liberty e la francese Printemps, si salvano cambiando modello di business, lanciando i propri marchi, potenziando il canale online. Quest’anno Coin, se riuscirà a portare avanti il piano industriale, chiuderà 8 negozi su 34, mantenendo però i 1.300 dipendenti grazie agli aiuti pubblici e allo stralcio dei debiti di fornitori e banche.

Licenziamenti e chiusure in tutto il mondo

La canadese Hudson’s Bay ha annunciato l’intenzione di liquidare e chiudere 76 department store e 13 outlet mettendo a rischio oltre 9 mila posti di lavoro qualora non avesse trovato una soluzione alternativa. Per colpa dei dazi, Macy’s insieme ai conti del primo trimestre ha lanciato un allarme utili e non esclude nuove tagli dei costi. Saks che si è unita a Neiman Marcus e Bergdorf Goodman per tagliare i costi, è in affanno sul debito e ha chiesto un finanziamento di emergenza da 350 milioni di dollari, mandando nel panico i suoi obbligazionisti. Secondo i dati del settore raccolti da Pambianco, la quota di mercato negli Stati Uniti dei department store è crollata del 78% passando dal 14% del 1990 a meno del 3% nel 2024. Nonostante Black friday, sconti e offerte, la gente spende meno anche nelle grandi città, e salvo lo shopping dei turisti, subisce la concorrenza di insegne internet come Zalando, Asos, Yoox – appena rilevata da Mytheresa – Best Secrets, Farfetch, per non parlare del fenomeno dell’usato come e.Bay, Vinted, Subito.it.

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