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Rischio “tsunami” di merci da Pechino: l’Ue alza la Grande Muraglia contro le merci cinesi

La presidente dalla Commissione europea Ursula von der Leyen

 

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Bruxelles lancia uno strumento per difendersi dall’ondata di prodotti a basso costo “deviati” dalle tariffe di Trump. Il riavvicinamento con la Repubblica Popolare finora non ha prodotto nulla di concreto
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ROMA – L’Europa accende un sistema di allarme contro i flussi commerciali anomali. L’obiettivo dello strumento, che monitora in tempo reale quantità e prezzi delle merci alle dogane, è intercettare il prima possibile “deviazioni dannose”, per proteggere le aziende europee da ondate di importazioni a basso costo. Non si fanno nomi, ma tra le righe sono chiari: il timore è che le barriere alzate da Trump contro le merci cinesi – specie se le trattative dovessero naufragare – spingano gli esportatori del Dragone a reindirizzare la loro strabordante produzione verso altri mercati, compreso quello comunitario. “Rafforziamo la capacità di tutelare i nostri interessi”, ha detto ieri il commissario al Commercio Maros Sefcovic.

Uno tsunami di prodotti cinesi

La paura per un possibile tsunami di pr…

ROMA – L’Europa accende un sistema di allarme contro i flussi commerciali anomali. L’obiettivo dello strumento, che monitora in tempo reale quantità e prezzi delle merci alle dogane, è intercettare il prima possibile “deviazioni dannose”, per proteggere le aziende europee da ondate di importazioni a basso costo. Non si fanno nomi, ma tra le righe sono chiari: il timore è che le barriere alzate da Trump contro le merci cinesi – specie se le trattative dovessero naufragare – spingano gli esportatori del Dragone a reindirizzare la loro strabordante produzione verso altri mercati, compreso quello comunitario. “Rafforziamo la capacità di tutelare i nostri interessi”, ha detto ieri il commissario al Commercio Maros Sefcovic.

Uno tsunami di prodotti cinesi

La paura per un possibile tsunami di prodotti made in China è condivisa da tutto il mondo. Due mesi fa la presidente della Commissione Ursula von der Leyen l’ha espressa in una telefonata con il premier cinese Li Qiang. A lei e a tutti gli altri Pechino ha dato rassicurazioni: le esportazioni perse negli Stati Uniti verranno compensate rilanciando la domanda interna. Nessuno però è davvero rassicurato. Le timide politiche di stimolo varate finora dal regime non sembrano sufficienti ad assorbire 439 miliardi di dollari di vendite negli Usa che potrebbero andare in fumo. E soprattutto l’eccesso di capacità produttiva, in vari modi sussidiata, è una distorsione strutturale del modello di sviluppo cinese.

Gli sconti di Byd

Per anni questa distorsione si è vista nelle classiche industrie pesanti come l’acciaio. Oggi si ripresenta in settori più avanzati come tecnologie verdi e auto elettriche. La scorsa settimana il campione Byd ha annunciato sconti fino al 34% sui prezzi delle sue vetture in Cina, mostrandosi pronto a sacrificare ogni profitto pur di sbaragliare l’agguerrita concorrenza interna.

E se questa corsa al ribasso attira critiche perfino in patria – dove si parla di “involuzione” – a maggior ragione fa tremare i produttori europei, mercato di cui ogni mese Byd conquista una fetta più grande. In futuro, avvertono gli esperti, l’eccesso di produzione cinese potrebbe espandersi anche ad altri settori come la farmaceutica e i macchinari, anche questi in diretta concorrenza con le aziende europee.

Il disgelo diffidente

Così, se l’assalto tariffario di Trump ha spinto quasi meccanicamente Bruxelles e Pechino a riallacciare i rapporti interrotti negli ultimi mesi, mettendo in agenda un summit bilaterale il mese prossimo in Cina, questo riavvicinamento resta pieno di diffidenze e finora ha prodotto pochissimi passi avanti. Da un lato l’Europa ha mandato segnali di apertura, come la disponibilità a trasformare i dazi sulle auto elettriche cinesi in un meno duro prezzo minimo, ma dall’altro si sta dotando di un arsenale di difesa sempre più ampio.

Qualche giorno fa ha limitato la partecipazione di aziende medicali cinesi alle gare pubbliche sul mercato europeo, motivandolo con l’assenza di reciprocità. E ieri si è aggiunto questo sistema di sorveglianza, al servizio di una apposita task force contro le “deviazioni commerciali” già operativa da qualche settimana. Al momento, nel confronto annuale di quantità e prezzi, segnala tensioni su varie merci in arrivo dalla Cina, dai prodotti tessili alla chimica, dai metalli di base alla meccanica.

Se aumentassero ancora Bruxelles sarebbe di fronte a decisioni difficili: provare a risolvere negoziando o, non fosse sufficiente, alzare a sua volta uno scudo di tariffe mirate, rischiando una costosa escalation.

La carta cinese

“La straordinaria crescita della Cina non deve avvenire a scapito dell’economia europea”, ha detto ieri Sefcovic, aggiungendo che è necessario “riequilibrare la relazione e stabilire parità negli scambi commerciali e negli investimenti”. Nella girandola di incontri del commissario a Parigi, quello con l’omologo americano Green è sembrato addirittura più positivo di quello con il ministro cinese Wang (definito “franco”, gergo diplomatico per dire che si è litigato).

L’impressione è che, pur non volendo seguire Trump sulla strada di un divorzio economico dalla Cina, l’Europa condivida in buona parte le sue critiche a Pechino, dall’eccesso di capacità produttiva al blocco delle terre rare. E d’altra parte la collaborazione “anticinese” nei settori strategici è anche una delle carte con cui Bruxelles sta provando ad ammorbidire le posizioni americane.

Pechino lo sa, del resto anche per lei stabilizzare la relazione con gli Stati Uniti è l’assoluta priorità, come dimostra la telefonata tra Trump e Xi. Si continua a lavorare per annunciare qualcosa di concreto al summit di luglio (forse un acquisto da parte di Pechino di aerei Airbus), ma il riavvicinamento tra Europa e Cina non sembra destinato ad andare lontano.

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