Giansanti: “I prodotti Usa ci penalizzano due volte”
di Rosaria AmatoConfezioni di Parmesan, uno dei prodotti più rappresentativi dell'"Italian sounding"
ROMA – Le proposte commerciali si possono sempre discutere, ma è importante che lo si faccia insieme. I Paesi Ue uniti sono più forti». Nel pieno della guerra dei dazi, con la spada di Damocle delle nuove tariffe al 50% dal 9 luglio, Massimiliano Giansanti, presidente di Confagricoltura e di Copa, la principale confederazione agricola europea, valuta la proposta americana di accordi commerciali Italia-Usa sui prodotti agroalimentari: «Se il ministro ci chiama, andremo al tavolo per contribuire a difendere la produzione agricola italiana».
Gli americani adesso devono smaltire la sovrapproduzione di cereali, perché gli acquisti dalla Cina sono calati per via della guerra dei dazi. E quindi sono venuti da noi.
«Niente di nuovo sotto il sole, è già successo con la prima presidenza Trump: a cau…
ROMA – Le proposte commerciali si possono sempre discutere, ma è importante che lo si faccia insieme. I Paesi Ue uniti sono più forti». Nel pieno della guerra dei dazi, con la spada di Damocle delle nuove tariffe al 50% dal 9 luglio, Massimiliano Giansanti, presidente di Confagricoltura e di Copa, la principale confederazione agricola europea, valuta la proposta americana di accordi commerciali Italia-Usa sui prodotti agroalimentari: «Se il ministro ci chiama, andremo al tavolo per contribuire a difendere la produzione agricola italiana».
Gli americani adesso devono smaltire la sovrapproduzione di cereali, perché gli acquisti dalla Cina sono calati per via della guerra dei dazi. E quindi sono venuti da noi.
«Niente di nuovo sotto il sole, è già successo con la prima presidenza Trump: a causa della guerra commerciale, c’è stato uno spostamento dell’export Usa di soia dal mercato cinese a quello europeo, mentre quello del mercato argentino e brasiliano si è spostato dalla Ue alla Cina. Potrebbe essere un’opzione, anche alla luce della nuova normativa Ue contro la deforestazione, che potrebbe favorire le produzioni Usa rispetto a quelle del Sud America».
Non ci sono ostacoli dal punto di vista degli standard di qualità?
«La farina di soia, che noi utilizziamo soprattutto per alimentare gli animali, ha gli stessi standard di quella che acquistiamo dal Brasile. Per il grano tenero e il mais noi importiamo il 60% di quello che consumiano. Non vedo problemi rispetto a queste proposte, però se si ragiona in termini di dazi la trattativa deve essere in Europa».
Invece la segretaria Rollins vuole trattare Paese per Paese.
«Un approccio che va visto insieme ai dazi del 50% sull’acciaio che sono stati imposti ai Paesi Ue, e non al Regno Unito. Gli americani stanno cercando di trovare un appiglio qualsiasi per rompere l’unità europea, ma non ci riusciranno, perché da parte dei Paesi Ue c’è un grande impegno per procedere uniti. Se siamo uniti la nostra forza economica vale quanto la loro».
Gli Usa definiscono un “ostacolo” la normativa europea.
«Gli Stati Uniti ritengono che non debbano essere loro a pagare il conto del Green Deal. Sicuramente però non possono essere solo gli agricoltori europei, che, se arrivassero prodotti americani al di sotto dei nostri standard di produzione, pagherebbero due volte: da un lato per le spese per far fronte ai nuovi requisiti, dall’altro per la concorrenza sleale. Inoltre gli Usa non riconoscono il sistema delle denominazioni europee di qualità, favorendo così il commercio di prodotti che cercano di ingannare i consumatori utilizzando nomi simili a quelli italiani, come il Parmesan. Infine, quando si parla di riequilibrio della bilancia commerciale, va considerato tutto quello che acquistiamo, anche i trattori Usa».
Abbiamo alternative a un accordo con gli Usa?
«Gli Stati Uniti sono un mercato non sostituibile per dimensioni, maturità, posizionamento dei nostri prodotti. Ma in una logica di crescita dell’export agroalimentare, che in dieci anni è passato da 28 a 70 miliardi, stiamo esplorando anche nuove opportunità commerciali».