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Brian Chesky: “L’overtourism? Non è colpa di Airbnb”

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L’ad della piataforma: “Abbiamo perso l’esperienza del contatto con gli host. Ora cambio strategia per recuperare la nostra anima”
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Tornare agli albori, come business e come ceo. È questa la nuova sfida di Brian Chesky, 43enne newyorkese, ceo e fondatore — ormai 17 anni fa — della piattaforma che ha trasformato il settore dell’ospitalità in tutto il mondo. La rivoluzione, il secondo ciclo di Airbnb, come la definisce il ceo, comincia in un periodo buono per l’azienda, in cui il fatturato globale cresce del 12%, così come aumentano offerta di alloggi e utenti. «La prima versione di Airbnb — racconta — era sì un marketplace di alloggi, ma metteva al centro l’esperienza di viaggio autentica, il contatto con gli host. Negli anni questa caratteristica si è un po’ persa e sono entrati molti operatori professionali. Ora vogliamo tornare alle origini: Airbnb non è solo una piattaforma digitale, ma una comunità di viaggiatori. Con il lancio delle Esperienze, Airbnb sta tornando alle sue radici. In passato, le persone sceglievano un hotel per i servizi offerti e Airbnb per lo spazio e gli ambienti. Ora, offriamo il meglio d…

Tornare agli albori, come business e come ceo. È questa la nuova sfida di Brian Chesky, 43enne newyorkese, ceo e fondatore — ormai 17 anni fa — della piattaforma che ha trasformato il settore dell’ospitalità in tutto il mondo. La rivoluzione, il secondo ciclo di Airbnb, come la definisce il ceo, comincia in un periodo buono per l’azienda, in cui il fatturato globale cresce del 12%, così come aumentano offerta di alloggi e utenti. «La prima versione di Airbnb — racconta — era sì un marketplace di alloggi, ma metteva al centro l’esperienza di viaggio autentica, il contatto con gli host. Negli anni questa caratteristica si è un po’ persa e sono entrati molti operatori professionali. Ora vogliamo tornare alle origini: Airbnb non è solo una piattaforma digitale, ma una comunità di viaggiatori. Con il lancio delle Esperienze, Airbnb sta tornando alle sue radici. In passato, le persone sceglievano un hotel per i servizi offerti e Airbnb per lo spazio e gli ambienti. Ora, offriamo il meglio di entrambi: alloggi straordinari con servizi che li rendono ancora più speciali».

Come è cambiato il suo modello di ceo nel corso degli anni?

«Credo di essere stato molto coinvolto all’inizio e poi essermi un po’ allontanato dall’operatività. Ora voglio tornare pienamente ingaggiato. Il metodo “hands-on” è l’unico per avviare un’azienda: devi fare tutto da solo. Poi si assumono persone e si dà loro libertà, sperando che lavorino insieme. Purtroppo, spesso, quando un’azienda cresce con molti strati di gestione, si verificano standard disomogenei, carenza di responsabilità e persone che vanno in direzioni diverse. Se non sei “hands-on”, non stai formando il tuo team, la visione non è chiara e non si rema nella stessa direzione. Le aziende possono perdere la loro anima e diventare irriconoscibili. A quel punto, un fondatore può farsi da parte e vendere, oppure, come nel mio caso, tornare a metterci tutto se stesso per riconquistare la propria azienda e riportarla alla sua gloria e magia originali. Questo non significa essere un manager oppressivo, ma collaborare con il team ed essendo tutti allineati. Una grande leadership richiede presenza, non assenza».

Come vede sé e Airbnb tra 10 o 20 anni?

«Spero che sarò ancora il ceo di Airbnb. Non riesco a immaginare un modo migliore per impiegare il mio tempo e aiutare le persone a vivere esperienze di viaggio memorabili e a connettersi tra loro. Tra 10 o 20 anni, vedo Airbnb come molto più di una semplice app di viaggi: una comunità globale nel mondo reale, non un social network online. Una comunità in cui puoi viaggiare, lavorare, vivere e imparare ovunque. La nostra invenzione fondamentale è la fiducia: la creazione di un sistema che permette alle persone di conoscersi virtualmente prima di interagire nel mondo reale. In definitiva, è ciò di cui abbiamo bisogno dalla vita: comunità, connessione, relazioni e ricordi».

L’overtourism sta colpendo in tutto il mondo, e porta a restrizioni sugli affitti brevi: crede che abbiano contribuito al fenomeno?

«Credo che gli hotel contribuiscano molto di più all’overtourism rispetto alle case. Per ogni persona che soggiorna in una casa, nove o dieci sono in hotel. Il settore alberghiero è circa dieci volte più grande di noi. A Barcellona, per esempio, non credo ci siano più Airbnb di dieci anni fa, eppure le lamentele sull’overtourism e sul’aumento dei prezzi delle case crescono. In Italia, ci sono dieci volte più case vuote rispetto agli Airbnb. Credo che il modo migliore per una città di risolvere il problema abitativo sia costruire più alloggi. L’obiettivo non dovrebbe essere attaccare Airbnb, ma le case vuote. Airbnb può essere un ottimo modo per aumentare l’utilizzo della capacità esistente. Inoltre, la gran parte degli utenti in Italia usa Airbnb per pagare l’affitto o il mutuo».

State collaborando con governi e istituzioni?

«Abbiamo colloqui costanti con ministri del turismo in tutto il mondo e partnership che portino le persone a soggiornare in aree meno turistiche, come l’Airbnb Entrepreneurship Academy, che aiuta i proprietari di case rurali a entrare nel mondo dell’ospitalità. Abbiamo anche iniziative come quella con il Tour de France, evento che distribuisce il turismo in aree non urbane. Overtourism non significa troppe persone che viaggiano, ma troppe persone che vanno nello stesso posto nello stesso momento. Noi vogliamo assumerci una responsabilità proporzionale al nostro impatto e vogliamo essere visti come una soluzione a questi problemi».

Che iniziative state portando avanti in Italia?

«Per quanto riguarda i Giochi Olimpici e Paralimpici Invernali Milano Cortina 2026, l’ospitalità tramite Airbnb genererà un impatto economico stimato di oltre 154 milioni di euro. Si prevede che gli host guadagneranno in media 2.400 euro, e i visitatori spenderanno 150 euro al giorno, metà dei quali in cibo e bevande: un impulso significativo per le piccole imprese locali. Airbnb contribuirà a distribuire la spesa turistica su un’area più ampia, in località montane e rurali scarsamente servite dalle strutture ricettive tradizionali. Prevediamo di avere fino a 70.000 posti letto disponibili nell’85% dei comuni delle regioni ospitanti. L’home sharing è un’alternativa sostenibile all’ospitalità tradizionale per un evento così diffuso».

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