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Meno aiuti, più sviluppo. È la nuova Africa

Il porto di Abidjan 

 

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La forza demografica può dare al continente una marcia in più, oltre all’export di materie prime. Uno strumento di crescita che attira nuovi alleati
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Abbandonare la dipendenza dai finanziamenti esterni e dalle esportazioni di materie prime e concentrarsi sulla mobilitazione e sull’efficace valorizzazione delle risorse interne, attraendo capitali del settore privato. Il rapporto presentato all’inizio di giugno a Marrakech, in Marocco, in occasione del “2025 Ibrahim Governance Weekend” sintetizza così la la formula di sviluppo della “nuova Africa”, quella che vuole andare oltre la stretta agli aiuti impressa dal presidente Usa Donald Trump già dai primi giorni del suo mandato, perché sta imparando da tempo a contare su se stessa, e a scegliersi gli alleati che preferisce.

La Mo Ibrahim Foundation porta il nome dell’uomo d’affari sudanese che l’ha fondata nel 2006, e ha una sede a Londra e una a Dakar. Alla tre giorni a Marrakech ha partecipato anche Stefano Manservisi, portavoce dell’advisory board del Forum “Verso Sud”, organizzato da alcuni anni da The European H…

Abbandonare la dipendenza dai finanziamenti esterni e dalle esportazioni di materie prime e concentrarsi sulla mobilitazione e sull’efficace valorizzazione delle risorse interne, attraendo capitali del settore privato. Il rapporto presentato all’inizio di giugno a Marrakech, in Marocco, in occasione del “2025 Ibrahim Governance Weekend” sintetizza così la la formula di sviluppo della “nuova Africa”, quella che vuole andare oltre la stretta agli aiuti impressa dal presidente Usa Donald Trump già dai primi giorni del suo mandato, perché sta imparando da tempo a contare su se stessa, e a scegliersi gli alleati che preferisce.

La Mo Ibrahim Foundation porta il nome dell’uomo d’affari sudanese che l’ha fondata nel 2006, e ha una sede a Londra e una a Dakar. Alla tre giorni a Marrakech ha partecipato anche Stefano Manservisi, portavoce dell’advisory board del Forum “Verso Sud”, organizzato da alcuni anni da The European House Ambrosetti a Sorrento. Manservisi ha alle spalle una lunghissima carriera tra le istituzioni europee, ed è l’autore del capitolo riservato alla “nuova Africa” del IV Rapporto sul Mondo post-globale, presentato a Torino in occasione del Festival Internazionale dell’Economia. «Il periodo in cui i partner andavano in Africa con i progetti già fatti, e spiegavano ai vari Paesi cosa fosse meglio per loro, è finito da un pezzo, da oltre 20 anni — spiega — ma questo non significa che non ci siano ancora problemi di coerenza dei nuovi piani di sviluppo nazionali».

I traguardi al 2050

Nei prossimi anni l’Africa diventerà importante quanto non lo è mai stata in epoca moderna. Un’affermazione che potrebbe ancora cogliere di sorpresa qualcuno, soprattutto quando a supportarla non ci sono tanto i diamanti, o le materie prime, o il petrolio, o il gas naturale, ma uno smisurato, prezioso capitale umano. Nel 2050 più del 20% della popolazione mondiale, ma soprattutto più del 50% dei giovani in età lavorativa sarà africano, mentre il resto del mondo cercherà faticosamente di adattarsi al crescente invecchiamento della popolazione.

I giovani

Manservisi descrive questo esercito di giovani africani come «educati grazie ai social e a Internet, aperti all’innovazione e intraprendenti con le nuove tecnologie, con la più alta propensione al mondo alla creazione d’impresa, urbanizzati, pragmatici. Sono loro il principale possibile game changer». Nonostante l’Africa sia ancora un continente povero, e anzi se non si imprime un nuovo slancio allo sviluppo rischia di concentrare sul suo territorio l’80% della povertà mondiale entro il 2030, i giovani non vanno visti soltanto come potenziali migranti, pronti a invadere l’Europa, il Medio Oriente o la Cina. «Bisogna guardare oltre l’alternativa “freniamo l’immigrazione” oppure “aiutiamoli a casa loro”. I giovani sono una risorsa su cui investire, perché diventino fattore di crescita», osserva Manservisi.

Tra Cina, India e Turchia

Per un investitore che si tira indietro, l’America di Trump, ce ne sono molti in concorrenza, che rischiano anche di offuscare il contributo dell’Europa, che apparentemente è di tutto rispetto: nel 2022 il valore degli scambi di beni e servizi tra Ue e Africa è arrivato a 504,3 miliardi di euro.

Tra i partner in gioco c’è anche l’Italia, che con il governo Meloni ha avviato il Piano Mattei, «un’ottima iniziativa», osserva Manservisi, che però al momento ha espresso solo in minima parte le proprie potenzialità: «Nell’ultima edizione di Verso Sud, a Sorrento, abbiamo lanciato un sondaggio tra gli amministratori delegati delle aziende che partecipavano all’iniziativa, che ci hanno risposto in maggioranza che erano a conoscenza dell’esistenza del Piano Mattei, ma sapevano ben poco sui contenuti. Il punto è che finora non è stato costituito un collettore d’imprese trasparente, non c’è neanche un sito Internet: funziona un po’ a chiamata». Anche la presenza europea in generale si sta un po’ rarefacendo, soprattutto perché si sta attenuando il soft power, la trasmissione di cultura, l’investimento sul capitale umano. Che è invece tra le prerogative della Cina e della Turchia: «Mentre l’Unione Europea sembra oggi prestare poca attenzione ad investire nella cultura, i cinesi fanno invece un percorso opposto attraverso l’Istituto Confucio, le borse di studio che danno la possibilità ai giovani di vivere un anno in Cina, imparando la lingua e avendo modo così di apprezzare i progressi del Paese. Anche la Turchia è molto attiva con il suo istituto di cultura. In questo è meritevole che l’Italia nel Piano Mattei dedichi un capitolo alla cooperazione in materia culturale», rileva Manservisi.

L’Europa deve rilanciare

Anche i rapporti economici con Turchia e India procedono a gonfie vele: «Gli indiani sono presenti nelle industrie agroalimentari e nelle telecomunicazioni; a loro si devono anche le prime esperienze di telemedicina in Africa. I turchi investono molto sulle infrastrutture: una gran parte degli aeroporti costruiti nei paesi africani negli ultimi 15 anni si devono alle imprese turche, che costruiscono anche infrastrutture di servizi come gli alberghi, e nell’housing». E l’Europa? Ha recentemente lanciato la strategia d’investimento Global Gateway, con 150 miliardi di investimenti a sostegno della transizione climatica e digitale. C’è anche un pacchetto per le startup create da giovani. Ma deve credere di più nel valore della costruzione di una solida relazione, per gli anni a venire: dopotutto è il continente più vicino, quello che più potrebbe avvantaggiarsi da uno sviluppo ordinato e democratico dell’Africa, soprattutto se vuole uscire dalla stretta Usa-Cina.

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