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Risparmio energia e tech le auto tariffe europee

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Veri e propri dazi non ci sono nel mercato unico ma regolamenti e direttive pesano sullo sviluppo
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Il primo a usare il termine “dazi interni” è stato il Fondo Monetario in un report alla fine dell’anno scorso, ma è stato Mario Draghi in un articolo sul Financial Times il giorno di San Valentino di quest’anno a rilanciare con forza il concetto. Mal gliene incolse, perché di quest’evocazione trumpiana si sono appropriati sovranisti e populisti di ogni sorta a partire dalla presidente del Consiglio, e da allora non mancano di rilanciarla in ogni possibile sede in chiave antieuropea. Il più delle volte impropriamente e dando l’impressione, forse sbagliata, di non capire di cosa si stia parlando. Purché serva a giustificare l’improvvida politica dell’amministrazione Usa. In realtà, il discorso di Draghi era più articolato: i ritardi nella crescita e nella produttività europei, scriveva l’ex premier, sono dovuti alle alte barriere interne e ai troppi ostacoli regolatori, «più dannosi di qualsiasi tariffa che l’America può imporre». Ma ormai il termine “dazi interni” è diventato passepart…

Il primo a usare il termine “dazi interni” è stato il Fondo Monetario in un report alla fine dell’anno scorso, ma è stato Mario Draghi in un articolo sul Financial Times il giorno di San Valentino di quest’anno a rilanciare con forza il concetto. Mal gliene incolse, perché di quest’evocazione trumpiana si sono appropriati sovranisti e populisti di ogni sorta a partire dalla presidente del Consiglio, e da allora non mancano di rilanciarla in ogni possibile sede in chiave antieuropea. Il più delle volte impropriamente e dando l’impressione, forse sbagliata, di non capire di cosa si stia parlando. Purché serva a giustificare l’improvvida politica dell’amministrazione Usa. In realtà, il discorso di Draghi era più articolato: i ritardi nella crescita e nella produttività europei, scriveva l’ex premier, sono dovuti alle alte barriere interne e ai troppi ostacoli regolatori, «più dannosi di qualsiasi tariffa che l’America può imporre». Ma ormai il termine “dazi interni” è diventato passepartout antieuropeo, ci si inchioda solo su quello e si rinuncia in partenza a intervenire per sanare le falle.

i ritardi dell’Europa

Non è un problema solo italiano. È il vero male dell’Europa. Il commercio fra i Paesi europei è meno della metà, in rapporto al Pil, di quello fra i vari stati americani, calcola il Fmi spiegando che le barriere interne sono l’equivalente del 45% di un ipotetico dazio nel comparto manifatturiero e del 110% nei servizi, con un effetto — soprattutto nel secondo caso perché la componente servizi è in crescita — che si compone e peggiora anno dopo anno. Sono “figli” della mancata integrazione i merger transnazionali bloccati, la fuga dei capitali dall’Europa verso l’area anglosassone, la debolezza politica dell’Unione stessa. Vediamo i punti.

I dazi commerciali

I dazi tecnicamente detti all’interno dell’Europa non esistono per definizione essendo un mercato unico. «Nessuna tassa paga un’azienda italiana per esportare in Francia né una spagnola per vendere in Germania», puntualizza Marcello Messori, economista dell’European University Institute di Firenze. «Esiste invece un fitto network di regole nazionali, e anche di regolamenti esasperanti, che imbrigliano lo sviluppo, mantengono frammentato il mercato europeo, impediscono la nascita di aziende di grandi dimensioni in grado di competere con i giganti cinesi e americani».

Il risparmio

«Il risparmio europeo c’è, eccome: serve una svolta nella sua gestione», sentenzia Lorenzo Bini Smaghi, economista e banchiere. Oltre 300 miliardi l’anno finanziano investimenti specialmente in America. Gli istituti europei finiscono spesso col vendere al dettaglio prodotti confezionati negli Usa. Il principale fondo di gestione del risparmio europeo (Amundi) è al decimo posto nella classifica mondiale, dominata dai fondi anglosassoni. Servono istituzioni finanziarie più grosse e solide, paneuropee, in grado di sostenere fondi che avvantaggino cittadini e imprese “domestici”.

La bilancia commerciale Ue/Usa

Le banche

Ormai annosa è la difficoltà a realizzare l’unione bancaria o quantomeno permettere la nascita di grossi gruppi europei nel credito. I governi fanno a gara nell’opporsi a ogni “invasione di campo” con i motivi più speciosi: «Il negoziato fra Unicredit e Commerzbank si arenò — esemplifica l’economista Giampaolo Galli — quando Berlino pretese che una certa quota del patrimonio restasse in Germania a tutela dei cittadini tedeschi». Altrettanto caparbia è la determinazione “nordica” ad attribuire un peso di rischiosità superiore all’attuale zero nel bilancio delle banche, agli investimenti nei titoli del proprio Stato: una clausola rivolta all’Italia e ad altri Paesi deboli i cui titoli sono ritenuti non sicuri. Altri investimenti, di minore qualità, hanno già gradazioni crescenti di rischiosità a seconda dell’identità del debitore.

Le autorità di vigilanza

Malgrado l’esistenza dal 2011 della vigilanza europea presso la Bce, le autorità nazionali mantengono la prerogativa di fissare regole prudenziali per cui spesso non si possono trasferire riserve da una filiazione a un’altra oltre i confini. Neanche infragruppo: ogni singola società deve soddisfare i requisiti di liquidità e patrimonio. Allargando lo sguardo all’intero mercato finanziario, ogni Paese si tiene stretta la sua Consob. Sarebbe invece importante una collaborazione per scrivere le norme comuni sulla legislazione fallimentare di banche e imprese, nonché regole più precise sulle cartolarizzazioni, propedeutiche a un mercato unico dei capitali vasto e liquido, l’unico in grado di raccogliere nuove emissioni di eurobond. Altrimenti l’esperienza del NextGenEU resterà isolata. Va poi controllato l’abuso del golden power (ancora, non è una storia solo italiana) perché questo sia usato secondo statuto solo in casi d’emergenza, e non per ostacolare operazioni di mercato finalizzate a conseguire la crescita dimensionale degli operatori, che sarebbe proprio quello che l’Europa ci chiede.

L’energia

L’energia elettrica costa due-tre volte di più in Europa rispetto all’America, un gap che si approfondisce nel caso del gas. «I costi si ridurrebbero se si creasse una centrale di approvvigionamento e acquisto europea in grado di negoziare con i fornitori da una posizione di forza», spiega Angelo Baglioni, economista della Cattolica. «Un’operazione del genere fu realizzata durante la pandemia quando si centralizzò l’acquisto di vaccini che poi vennero redistribuiti a tutti dopo averli pagati in modo equo. Ora sarebbe utile per razionalizzare le spese nella difesa».

I trasporti pubblici

Un lungo elenco di misure deliberate dagli organi di Bruxelles, compresi quelli giudiziari, mai ascoltate. L’Italia è (con Grecia, Ungheria e Portogallo) in testa alla poco lusinghiera classifica delle procedure d’infrazione con 65 casi aperti, di cui 50 per violazione del diritto dell’Unione e 15 per mancato recepimemto di direttive. Fra queste la Bolkestein sui balneari, mentre nel primo gruppo spiccano le mancate gare per i treni locali (l’Europa ha indicato anche i criteri per consentire ai piccoli operatori di partecipare pur non possedendo ancora il materiale rotabile), nonché la liberalizzazione del servizio taxi, difeso da una pugnace lobby. Eppure le “esternalità” favorevoli sarebbero notevoli in termini di risparmi, minori spese e disagi per i cittadini, miglioramenti della produttività grazie a migliori trasporti. Senonché si trae vantaggio dalla lungaggine delle procedure e quindi dalla loro mancata applicazione “nelle more” che durano molti anni.

Tech e giganti

Caso tipico di male auto-inflitto è il regolamento General Data Protection Regulation, che risale al 2018. In tutti questi anni la sua rigidità, calcola un report del Cepr, ha compromesso di oltre il 12% i profitti delle piccole aziende hi-tech europee, e del 10% quelli delle maggiori. Il tutto mentre i grandi gruppi che dominano il mondo (Apple, Google, Meta) l’hanno allegramente bypassato: la speranza di Bruxelles era invece che servisse d’ispirazione per un controllo dei dati su scala globale. Così, visto anche il naufragio della Minimum tax, l’Europa è rimasta sola a pagare le spese.

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