* Professore di Storia economica all’Università Bocconi e fellow dell’Institute for European Policymaking
L’ultimo fine settimana di giugno del 1985, i leader dei dieci membri allora della Comunità economica europea si riunirono a Milano, nella splendida – e in un certo senso evocativa – cornice del Castello Sforzesco, dove Leonardo Da Vinci, uno dei geni poliedrici più “trans-europei”, lavorò per oltre vent’anni.
L’evento aveva una ragione d’essere piuttosto “ovvia” e contingente: la celebrazione della conclusione della presidenza italiana semestrale a rotazione, iniziata il 1° gennaio 1985, dopo il semestre irlandese.
Ne scaturirono tuttavia trasformazioni strutturali che ebbero effetti duraturi sulla struttura e sulla natura della Comunità stessa.
Invitati al vertice con il ruolo di “osservatori” furono anche i primi ministri di due Paesi a breve destinati a entrare nella Comunità: Spagna e Portogallo.
Dopo anni di negoziati, i Trattati che sancivano l’adesione di Lisbona e Madrid…
* Professore di Storia economica all’Università Bocconi e fellow dell’Institute for European Policymaking
L’ultimo fine settimana di giugno del 1985, i leader dei dieci membri allora della Comunità economica europea si riunirono a Milano, nella splendida – e in un certo senso evocativa – cornice del Castello Sforzesco, dove Leonardo Da Vinci, uno dei geni poliedrici più “trans-europei”, lavorò per oltre vent’anni.
L’evento aveva una ragione d’essere piuttosto “ovvia” e contingente: la celebrazione della conclusione della presidenza italiana semestrale a rotazione, iniziata il 1° gennaio 1985, dopo il semestre irlandese.
Ne scaturirono tuttavia trasformazioni strutturali che ebbero effetti duraturi sulla struttura e sulla natura della Comunità stessa.
Invitati al vertice con il ruolo di “osservatori” furono anche i primi ministri di due Paesi a breve destinati a entrare nella Comunità: Spagna e Portogallo.
Dopo anni di negoziati, i Trattati che sancivano l’adesione di Lisbona e Madrid alla Comunità erano stati firmati poche settimane prima. La presenza di Gonzalez e Soares enfatizzava il ruolo della CEE non solo come comunità di interessi economici, ma anche come spazio sovranazionale popolato di regimi politici liberali.
Il Consiglio europeo riunito a Milano rispecchiava una comunità caratterizzata da una forte inclinazione liberale e moderatamente progressista, incarnata dai governi democristiani di Paesi Bassi, Belgio e Germania, e dalle coalizioni socialiste-liberali al governo in Francia, Italia, Grecia e Lussemburgo (senza dimenticare Spagna e Portogallo), mentre solo due Paesi (Danimarca e Regno Unito) presentavano un orientamento chiaramente conservatore.
Quanto accadde durante il Consiglio europeo di Milano può essere compreso meglio esaminando, tra le altre cose, gli orientamenti della leadership politica italiana sul ruolo globale dell’Italia e sulla sua collocazione nella Comunità, così come la visione dell’identità presente e futura dell’Europa condivisa dalla grande maggioranza dei leader europei (e dai rispettivi ministri degli Esteri) presenti alla riunione.
Dal punto di vista italiano, il vertice di Milano costituì un’opportunità per affermare una leadership attiva all’interno della Comunità, in un momento in cui la reputazione dell’Italia a livello internazionale stava migliorando.
Dal punto di vista economico, la situazione italiana era decisamente positiva: l’inflazione era stata ridotta dal 21 per cento nel 1980 a poco più del 4 per cento nel 1985; il deficit commerciale era contenuto; la competitività delle esportazioni italiane – alimentata dai successi del “Made in Italy” e dei distretti industriali – appariva in crescita.
Il Pil pro capite italiano si stava avvicinando a quello del Regno Unito, pur restando alle spalle di Francia e Germania. In sostanza, il quadro economico e politico interno permetteva all’Italia di presentarsi come un attore credibile e propositivo.
Il governo presieduto da Bettino Craxi, con Giulio Andreotti agli Esteri, vedeva nell’integrazione europea una leva per rafforzare il ruolo geopolitico del Paese e sosteneva con convinzione un’idea di Europa politicamente coesa, fondata su istituzioni comuni, oltre che su obiettivi economici condivisi.
Al centro dei lavori del vertice vi erano due relazioni: il rapporto Delors, volto a rafforzare il mercato interno, e il rapporto Dooge, che proponeva una riforma istituzionale profonda.
Mentre il primo fu accolto con generale favore, il secondo suscitò un acceso dibattito. Il Rapporto Dooge era percepito da molti come il vero cuore politico del vertice, poiché proponeva di convocare una Conferenza intergovernativa (IGC) per riformare i Trattati di Roma e avanzare verso una più piena Unione politica. La proposta non era accettata da tutti: in particolare, il Regno Unito di Margaret Thatcher si oppose fermamente all’idea di cedere ulteriori porzioni di sovranità nazionale.
Craxi, nella sua veste di presidente del Consiglio, decise allora di rompere la consuetudine dell’unanimità nel processo decisionale del Consiglio, invocando l’articolo 236 del Trattato di Roma per mettere la questione ai voti.
Con sette voti favorevoli su dieci, tra cui quelli di Francia e Germania, la proposta italiana passò, isolando politicamente il Regno Unito. La convocazione della IGC fu fissata per settembre 1985, aprendo la strada all’Atto Unico Europeo dell’anno successivo.
L’Italia uscì dal vertice rafforzata in termini di immagine internazionale. Non solo la presidenza italiana aveva saputo gestire abilmente le tensioni tra i partner europei, ma era riuscita anche a rilanciare con successo l’integrazione istituzionale, contribuendo in modo decisivo a superare una fase di stagnazione.
Craxi si era dimostrato un leader determinato e strategicamente efficace; Andreotti, da parte sua, aveva garantito continuità, equilibrio e riconoscibilità nella diplomazia multilaterale europea.
Questa combinazione di visione e pragmatismo fu centrale per rilanciare l’idea di un’Europa più coesa politicamente.
La convocazione della Conferenza intergovernativa di settembre – che sarebbe stata il preludio all’Atto Unico Europeo del 1986 – rappresentò un successo non solo per l’Italia, ma per il progetto europeo nel suo insieme.
L’evento segnò, in definitiva, il momento in cui l’Europa decise di abbandonare progressivamente la dimensione puramente economica per aprirsi a una fase istituzionale più ambiziosa. La spinta verso un’Unione Europea con prerogative politiche, un’identità propria e istituzioni capaci di esercitare sovranità condivisa, trovò proprio in quel vertice un punto di svolta.
A distanza di tempo, è possibile riconoscere come il Consiglio europeo del 1985 fu un momento storico, ricco di significati simbolici e concreti, capace di segnare l’inizio di una nuova stagione dell’integrazione europea.
L’Italia, in quel frangente, dimostrò concretamente di potere e volere esercitare un ruolo di vera leadership sul piano europeo.
In occasione dei quarant’anni dal Consiglio europeo del giugno 1985, l’Institute for European Policymaking organizza il suo evento annuale al Castello sforzesco di Milano l’11 giugno, dal titolo UN'UNIONE EUROPEA PIÙ DETERMINATA - Le sfide di oggi nello spirito del Consiglio europeo di Milano del 1985 (per info: https://iep.unibocconi.eu/)