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I dazi di Trump bastonano il food italiano: “A rischio 1,2 miliardi di euro e 6 mila posti”

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Il Focus Censis Confcooperative valuta l’impatto della guerra commerciale sull’economia italiana: esposti 70 mila occupati e 18 miliardi di euro di produzione
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ROMA – Vino, formaggi, pasta, olio: il conto più salato dei dazi di Trump rischia di pagarlo il settore alimentare italiano. Mentre a Londra Stati Uniti e Cina si sono avvicinate per abbassare i dazi reciproci, con l’Unione europea i negoziati proseguono a singhiozzo. E anche se entrambe le sponde dell’Atlantico, a diverse riprese, si sono dette fiduciose della fattibilità di un accordo, il segretario al Commercio americano Howard Lutnick ha definito “più che spinosa” l’Ue nei colloqui commerciali. In un dettagliato focus Censis con Confcooperative si analizza l’impatto che i dazi, se rimanessero così, avrebbero sulla economia italiana.

Nella sua simulazione il Censis ipotizza dazi al 25% su auto, alluminio e acciaio, e al 10% – i dazi recipr…

ROMA – Vino, formaggi, pasta, olio: il conto più salato dei dazi di Trump rischia di pagarlo il settore alimentare italiano. Mentre a Londra Stati Uniti e Cina si sono avvicinate per abbassare i dazi reciproci, con l’Unione europea i negoziati proseguono a singhiozzo. E anche se entrambe le sponde dell’Atlantico, a diverse riprese, si sono dette fiduciose della fattibilità di un accordo, il segretario al Commercio americano Howard Lutnick ha definito “più che spinosa” l’Ue nei colloqui commerciali. In un dettagliato focus Censis con Confcooperative si analizza l’impatto che i dazi, se rimanessero così, avrebbero sulla economia italiana.

Nella sua simulazione il Censis ipotizza dazi al 25% su auto, alluminio e acciaio, e al 10% – i dazi reciproci degli Usa verso le merci importate dall’estero – e stima una batosta da 17,93 miliardi di euro per l’economia italiana. Il settore più colpito, in termini percentuali e di valore assoluto, è quello dei macchinari e delle apparecchiature, che vedrebbe una contrazione della produzione pari a 1,8 miliardi di euro in meno.

Dazi Usa, l’impatto sul settore alimentare e bevande

Ma se si guarda ai numeri aggregati su impatto economico e impatto occupazionale, è quello alimentare il più esposto. Ampliando per un attimo lo sguardo, è il presidente di Concooperative Maurizio Gardini a mettere in fila i numeri pericolosi della guerra commerciale degli Stati Uniti. “I dazi americani mettono a rischio 68.280 posti di lavoro e potrebbero costare all'Italia 18 miliardi di euro di produzione: il 25% del totale dell’export verso gli Usa”, ha detto commentando l’analisi del focus Censis. Nel quale si sottolinea che oltre alla ricaduta diretta sull’industria, innescherà un effetto domino che investirà anche settori apparentemente lontani dal commercio internazionale.

L’effetto dazi sull’alimentare made in Italy

A pagare il prezzo più alto saranno il food con 6.380 posti a rischio tra produzione agricola (-3.560) e industria alimentare (-2.820); la fabbricazione di macchinari e apparecchiature (5 mila posti a rischio), la produzione di metalli (-4.950), il tessile e l’abbigliamento (-4.800). L’industria alimentare, delle bevande e del tabacco risulta poi il secondo settore più colpito in termini di contrazione della produzione a dazi americani confermati, -7,1%, ossia un colpo da 1,26 miliardi di euro. Un settore esposto non solo negli scambi, ma anche dalla capillarità delle reti distributive e della dipendenza dai mercati esteri.

Come evitare un tale disastro per l’economia? “Bisogna lavorare su due fronti – dice ancora Gardini –da un lato l’azione diplomatica è l'unica che possa sciogliere questo nodo. Dall'altra occorre un lavoro incessante di governo, istituzioni e imprese per aprire nuovi mercati, con la consapevolezza che quello statunitense non è né facile né veloce da sostituire”. Via diplomatica dunque, non scontro.

La guerra commerciale Usa-Ue

Per il presidente Confcooperative i contro dazi dell’Unione europea non sono la soluzione ma soprattutto il mercato interno dell’Ue già presenta ostacoli e balzelli che ne frenano il potenziale. “All’Europa continua a mancare una visione politica ed economica di sistema. Se riuscisse ad abbattere le barriere interne, la produttività aumenterebbe del 7% nel lungo periodo – aggiunge Gardini – riducendo il gap con l'economia americana. Un traguardo che richiederebbe però una maggiore integrazione normativa e infrastrutturale. Il mercato unico Ue resta ancora incompiuto e le barriere interne frenano la nostra crescita”.

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