Fosse per lui, Donald Trump non lascerebbe un centimetro quadrato di terra libero dalle trivellazioni petrolifere o qualsiasi altro tipo di sfruttamento commerciale. Si capisce anche grazie alla decisione appena annunciata dalla sua amministrazione di cancellare i limiti imposti dal predecessore Joe Biden alle perforazioni nella National Petroleum Reserve dell’Alaska. Resta ora da vedere se l’America lo seguirà in questa offensiva per mettere l’interesse economico davanti a tutto il resto, compresa la tutela dell’ambiente in forme che consentano la sopravvivenza del genere umano, oppure cercherà quanto meno di bilanciare le due necessità.
Il greggio americano
La National Petroleum Reserve è un’area di 23 milioni di acri, ossia oltre 9 milioni di ettari, che si trova nella regione nord occidentale dell’Alaska, costeggiata dai mari di Chukchi e Beaufort. Alla sua destra, guardando la cartina, si trova l’Arctic National Wi…
Fosse per lui, Donald Trump non lascerebbe un centimetro quadrato di terra libero dalle trivellazioni petrolifere o qualsiasi altro tipo di sfruttamento commerciale. Si capisce anche grazie alla decisione appena annunciata dalla sua amministrazione di cancellare i limiti imposti dal predecessore Joe Biden alle perforazioni nella National Petroleum Reserve dell’Alaska. Resta ora da vedere se l’America lo seguirà in questa offensiva per mettere l’interesse economico davanti a tutto il resto, compresa la tutela dell’ambiente in forme che consentano la sopravvivenza del genere umano, oppure cercherà quanto meno di bilanciare le due necessità.
Il greggio americano
La National Petroleum Reserve è un’area di 23 milioni di acri, ossia oltre 9 milioni di ettari, che si trova nella regione nord occidentale dell’Alaska, costeggiata dai mari di Chukchi e Beaufort. Alla sua destra, guardando la cartina, si trova l’Arctic National Wildlife Refuge, altra distesa di 19.3 milioni di acri nella zona nord orientale, protetta dallo U.S. Fish and Wildlife Service.
Se non l’avete mai sentita nominare non è sorprendente. Primo, perché la National Petroleum Reserve è un’area molto remota, circa 600 miglia a nord della già remota Anchorage; secondo, perché finora è rimasta quasi selvaggia, a parte le popolazioni indigene Inupiat che la abitano e alcuni progetti energetici già avviati. È lo straordinario habitat naturale di caribu (la renna nordamericana), grizzly, orsi polari, uccelli migratori e altre preziose forme di vita animale, ma secondo uno studio condotto nel 2017 dallo US Geological Survey, sotto la sua superficie custodisce anche 8,7 miliardi di barili di petrolio, una delle riserve più grandi al mondo.
Nel 1923 il presidente Harding l’aveva destinata all’uso come serbatoio di emergenza per la US Navy, lasciandola però intatta, tranne in casi di assoluta necessità. Nel 1976 il Naval Petroleum Reserves Production Act aveva trasferito la gestione al Bureau of Land Management del dipartimento all’Interno, e l’aveva ribattezzata NPR-A, aprendola allo sfruttamento commerciale.
Il progetto da 8 miliardi di dollari
L’anno scorso Biden aveva stabilito regole molto stringenti per lo sfruttamento di 13 milioni di acri della Reserve, conservando il divieto di usare gli altri 10,6 milioni di acri, forse anche perché aveva la coscienza sporca.
Durante la sua presidenza, infatti, aveva dato via libera al Willow Project per le trivellazioni petrolifere in Alaska. Si tratta di un progetto da circa 8 miliardi di dollari, con cui il colosso petrolifero texano ConocoPhillips potrà estrarre oltre 600 milioni di barili di greggio in un arco temporale di trent’anni, con un picco massimo previsto di 180.000 al giorno. Il valore complessivo è stimato in almeno 45 miliardi di dollari.
La compagnia potrà trivellare un totale di 199 pozzi in tre siti diversi, costruendo anche una pista di atterraggio per gli aerei, 430 miglia di strade nel ghiaccio, 270 miglia di oleodotti necessari a trasportare l’oro nero, e naturalmente le infrastrutture per processarlo.
Il futuro per l’Alaska
La produzione dovrebbe cominciare nel 2029, creare circa 2.500 posti di lavoro nelle comunità locali, e generare un gettito fiscale di 17 miliardi di dollari per il governo federale. Lo stato dell’Alaska incasserà fra 1,3 e 5,2 miliardi dalle tasse, ricavando così profitti che poi condividerà con i suoi cittadini.
Nei giorni scorsi il segretario all’Interno di Trump, Doug Burgum, ha visitato la regione e durante un’assemblea tenuta a Utgiagvik ha annunciato l’eliminazione delle regole e dei limiti imposti da Biden, accusato di aver dato la priorità «all’ostruzione rispetto alla produzione, minando la nostra capacità di raccogliere le risorse domestiche, durante un tempo in cui l’indipendenza energetica americana non è mai stata più critica». Ora i cittadini avranno sessanta giorni per commentare il provvedimento, che senza obiezioni significative entrerà in vigore, consentendo non solo le perforazioni, ma anche la costruzione delle infrastrutture necessarie a sfruttarle.
La comunità locale Inupiat è divisa, ma in maggioranza favorevole, perché vede la possibilità di enormi profitti in una regione altrimenti priva di grandi possibilità di sviluppo. Gli ambientalisti sono ovviamente furiosi, non solo per il danno che verrà fatto ad una delle poche aree davvero selvagge rimaste negli Stati Uniti, ma anche o soprattutto per la minaccia di estrarre e bruciare 8,7 miliardi di barili di petrolio, con tutte le conseguenze sui cambiamenti climatici che stanno squagliando l’Alaska ad un ritmo tre o quattro volte superiore al resto del mondo, già in profonda crisi di suo.
Così l’offensiva di Trump nella National Petroleum Reserve è diventata il banco di prova del suo slogan elettorale “drill, baby, drill”, ossia la promessa di privilegiare ovunque l’accesso alle risorse naturali americane, rispetto alle noiose limitazioni imposte dai liberal, che in nome della salute dei caribu penalizzano il bene degli esseri umani. In particolare nel campo dell’energia, secondo lui fondamentale per abbattere l’inflazione e liberare le potenzialità di sviluppo economico del paese, per non parlare poi della leva geopolitica che offre nel delicato rapporto con paesi come la Russia o intere regioni come il Medio Oriente.
La questione è seria, come dimostra il fatto che lo stesso Biden aveva autorizzato il Willow Project, prima di stabilire le regole del 2024 che ora il successore vuole cancellare. E anche l’industria del settore, se da una parte applaude gli slogan e le opportunità offerte da Trump, dall’altra riflette su come bilanciarle. Già nel primo mandato, ad esempio, il capo della Casa Bianca aveva dato via libera allo sfruttamento dell’Arctic National Wildlife Refuge, ossia il vicino orientale della National Petroleum Reserve, sempre nel nome della logica economica.
Eppure quando nel gennaio scorso si è tenuta l’asta per assegnare i lotti da trivellare, nessuno si è fatto seriamente avanti. I repubblicani hanno accusato i democratici del fallimento, sostenendo che l’amministrazione Biden aveva boicottato l’iniziativa, scegliendo e limitando gli ettari offerti. Non manca però chi risponde che la scarsa convenienza dei progetti, oltre alla preoccupazione di avviare perforazioni avversate da un’ampia parte della popolazione americana, abbiano frenato le aziende del settore energetico. Il punto dunque non sarebbe solo scegliere tra consentire lo sviluppo o vietarlo, ma anche o soprattutto come farlo, per coniugare utilità e opportunità.