ROMA – Quando tutti si aspettavano l’apocalisse, sui mercati dell’energia è scesa ieri – dopo un weekend di fuoco senza precedenti fra Iran e Israele – una quasi surreale calma. Il petrolio Brent al fixing di Londra quotava 73,03 dollari al barile, in netto calo rispetto ai 75,82 della chiusura di venerdì 13 (poi nelle contrattazioni continue il prezzo è ulteriormente calato). Eppure in apertura il valore era salito fino a oltre 78 dollari, salvo poi ripiegare in fretta: fra gli investitori si è diffusa la convinzione (non la certezza, naturalmente) che non sarà fra le conseguenze della guerra il temutissimo blocco dello Stretto di Hormuz, attraverso cui passa oltre un terzo del petrolio del mondo. Si tratta comunque di un aumento del 4% dall’avvio della guerra. Quanto al gas, si è mantenuto per tutta la giornata sui 38-39 euro per Megawattora, anche qui in ribasso rispetto ai 40 precedenti.
ROMA – Quando tutti si aspettavano l’apocalisse, sui mercati dell’energia è scesa ieri – dopo un weekend di fuoco senza precedenti fra Iran e Israele – una quasi surreale calma. Il petrolio Brent al fixing di Londra quotava 73,03 dollari al barile, in netto calo rispetto ai 75,82 della chiusura di venerdì 13 (poi nelle contrattazioni continue il prezzo è ulteriormente calato). Eppure in apertura il valore era salito fino a oltre 78 dollari, salvo poi ripiegare in fretta: fra gli investitori si è diffusa la convinzione (non la certezza, naturalmente) che non sarà fra le conseguenze della guerra il temutissimo blocco dello Stretto di Hormuz, attraverso cui passa oltre un terzo del petrolio del mondo. Si tratta comunque di un aumento del 4% dall’avvio della guerra. Quanto al gas, si è mantenuto per tutta la giornata sui 38-39 euro per Megawattora, anche qui in ribasso rispetto ai 40 precedenti.
Cos’è successo? Ha probabilmente influito la voce diffusa dal Wall Street Journal di un’imminente resa di Teheran, «ma i fattori tecnici di mercato sono stati prevalenti», spiega Davide Tabarelli, presidente di Nomisma Energia. «Possiamo sintetizzarli così: c’è ovunque nel mondo una sovrabbondanza di petrolio, e in misura minore anche di gas soprattutto dopo l’ingresso in forze sui mercati degli Stati Uniti. Se una guerra così fosse scoppiata solo pochi anni fa, la risposta sarebbe stata ben differente e il prezzo sarebbe davvero raddoppiato».
L’Iran però non è un Paese qualsiasi nella geopolitica dell’energia. Oltre ad essere detentore del 3% delle quote di export Opec (3,3 milioni di barili al giorno venduti a Russia e Cina per la sussistenza delle sanzioni Usa), nasconde nel suo sottosuolo riserve – stimate dall’Energy Institute di Bp – per 157 miliardi di barili di petrolio, secondo solo all’Arabia Saudita che ne ha per 300 miliardi e davanti all’Iraq (145 miliardi) e al Venezuela, tagliato fuori perché sottoposto ad ancora più stringenti embarghi.
Ancora maggiore il potenziale per il gas: 32mila miliardi di metri cubi di riserve, contro i 37 della Russia e davanti ai 25 del Qatar e ai 13 degli Usa. Un potenziale economico senza pari, però inespresso dai tempi della rivoluzione khomeinista del 1979. Ai tempi dello Scià, l’Iran era lanciato verso il ruolo di superpotenza petrolifera con 6 milioni di barili di export. Poi il blocco dei progetti di sviluppo con una conflittualità permanente.
Da allora è cambiata la situazione mondiale: oltre alla spinta verso le energie rinnovabili, le tecnologie “energy saving” e la consapevolezza del climate change, assistiamo paradossalmente alla scoperta di sempre nuovi giacimenti. Se la domanda mondiale cresce di un milione di barili l’anno (oggi 100 milioni, ndr), l’offerta aumenta di un milione e mezzo. L’Opec dispone di riserve per 5 milioni di barili, sufficienti a compensare la perdita dell’export iraniano ma non la chiusura di Hormuz, che resta sullo sfondo come il vero pericolo.
Per scongiurare il peggio, dicono gli analisti, interviene la regia americana: Trump è spaventato da un’impennata del greggio e quindi dell’inflazione che vanifichi l’impegno che si è assunto (e che già sta minando lui stesso con la vicenda dei dazi). Perciò gli attacchi israeliani stanno chirurgicamente colpendo le infrastrutture destinate al mercato interno e risparmiano i terminali rivolti all’export, a partire da quello di Kharg Island. Un equilibrio appeso a un sottilissimo filo.