MILANO – Se non fosse per l’immigrazione, che negli anni ha rimpolpato e svecchiato la popolazione, oggi il numero degli italiani sarebbe fermo a 60 anni fa. Allora però i nuovi nati avevano raggiunto i massimi storici, generando l’annata più numerosa di sempre, quelli del ‘64. Oggi, invece, il Paese deve fare i conti con livelli di fertilità ai minimi e un numero di anziani progressivamente insostenibile. Urgono politiche sociali strutturali, dice Francesco Billari, demografo e rettore dell’università Bocconi, di livello «quasi costituzionale».
Professore, cosa sta succedendo in Italia?
«Per capirlo occorre una premessa: le nascite calano già da decenni, ma negli ultimi anni la tendenza ha accelerato perché mano a mano sono diminui…
MILANO – Se non fosse per l’immigrazione, che negli anni ha rimpolpato e svecchiato la popolazione, oggi il numero degli italiani sarebbe fermo a 60 anni fa. Allora però i nuovi nati avevano raggiunto i massimi storici, generando l’annata più numerosa di sempre, quelli del ‘64. Oggi, invece, il Paese deve fare i conti con livelli di fertilità ai minimi e un numero di anziani progressivamente insostenibile. Urgono politiche sociali strutturali, dice Francesco Billari, demografo e rettore dell’università Bocconi, di livello «quasi costituzionale».
Professore, cosa sta succedendo in Italia?
«Per capirlo occorre una premessa: le nascite calano già da decenni, ma negli ultimi anni la tendenza ha accelerato perché mano a mano sono diminuiti anche i potenziali genitori. Se a questo uniamo l’alta speranza di vita comprendiamo facilmente come mai la popolazione italiana stia invecchiando».
Perché nessuno è intervenuto prima?
«Fino a oggi, il tema è stato considerato troppo tecnico, più adatto all’accademia che al dibattito pubblico e all’agenda dei politici. Alcuni aspetti per anni sono stati divisivi, come la definizione di famiglia. Ora che su certi temi forse abbiamo raggiunto un accordo mancano i fondi».
C’entra anche la politica…
«Sì. Intervenire sulla demografia è un po’ come costruire un’infrastruttura: necessita misure costanti, programmazione e pazienza. Una lungimiranza che non sempre si specchia con l’agenda dei partiti».
Alcuni temi poi restano tabù.
«Pensiamo all’immigrazione che oggi è un terreno di differenza se non addirittura di scontro. Nell’audizione di Giorgetti questo aspetto è emerso poco, ma ad oggi in Italia ci sono 2 milioni di cittadini naturalizzati, cifra che porta il numero di abitanti stranieri o di origine non italiana a 7,5 milioni. Sono importantissimi per contenere un grande rischio per le finanze pubbliche».
Quale?
«Alimentare ulteriormente il debito dello Stato che, già molto alto, grava sulle generazioni più giovani. A loro la politica non ha mai riservato molta attenzione. Di fatto, negli ultimi anni abbiamo contenuto la spirale dell’indebitamento grazie all’apporto decisivo degli immigrati. In futuro, non potremo esimerci dal mettere in atto una politica di immigrazione ragionata, soprattutto in aree rurali dove nuovi abitanti possono cambiare il destino del territorio. Lavorare sulla natalità non basterà».
Questo nel breve periodo, e nel medio lungo termine?
«Attenzione che in demografia un periodo breve può voler dire anche 10 o 20 anni. Oltre, non c’è una singola ricetta: è corretto pensare a nuovi asili nido, all’assegno unico e ai permessi di genitorialità. Ma servirà costanza e pazienza, perché avere un figlio è una decisione di lungo periodo e i genitori devono sentirsi rassicurati, percepire queste politiche come stabili, indipendenti dal partito al governo. Leggi che non cambiano nel tempo, quasi da Costituzione».
La chiave dunque è favorire la genitorialità.
«Sì, e dove non arrivano i fondi pubblici ben vengano gli interventi dei privati. Oggi chi usufruisce dei contributi aumenta più rapidamente dei contribuenti. Ci vogliono due redditi per essere genitore, dobbiamo interrompere questo circolo vizioso».