ROMA – Investire nella transizione green è una necessità che governi e imprese non possono permettersi di ignorare. Le infrastrutture necessarie a rispettare la riduzione delle emissioni e il contenimento dell’aumento delle temperature hanno un costo, ma l’inazione avrà un impatto ben maggiore fino a 6,1 mila miliardi di euro l’anno tra perdita di ore lavorate, riduzione di prodotti naturali e crisi climatiche.
L’Ais, l’Associazione per le infrastrutture sostenibili, ha realizzato una report sul valore della sostenibilità a cura di Marco Panara che mette in fila una serie di studi sull’impatto economico e ambientale del cambiamento climatico. E sul costo della transizione, che “incontra nuovi ostacoli” ma “l’azione non è eludibile”.
Tra gli ostacoli, spiega Panara nel pap…
ROMA – Investire nella transizione green è una necessità che governi e imprese non possono permettersi di ignorare. Le infrastrutture necessarie a rispettare la riduzione delle emissioni e il contenimento dell’aumento delle temperature hanno un costo, ma l’inazione avrà un impatto ben maggiore fino a 6,1 mila miliardi di euro l’anno tra perdita di ore lavorate, riduzione di prodotti naturali e crisi climatiche.
L’Ais, l’Associazione per le infrastrutture sostenibili, ha realizzato una report sul valore della sostenibilità a cura di Marco Panara che mette in fila una serie di studi sull’impatto economico e ambientale del cambiamento climatico. E sul costo della transizione, che “incontra nuovi ostacoli” ma “l’azione non è eludibile”.
Tra gli ostacoli, spiega Panara nel paper, la crisi del multilateralismo che rende più difficile trovare accordi e obiettivi comuni, e d’altra parte allenta il controllo dell’opinione pubblica sul rispetto degli impegni presi. “Preoccupante è la posizione radicale assunta dagli Stati Uniti con l’amministrazione Trump”, mentre positiva è la determinazione della Cina, gli impegni dell’India, il cambiamento di passo dell’Europa”.
Transizione green, un costo necessario
La transizione verde ha costi elevati nell’immediato, ma necessari. “A livello globale gli investimenti nell’energia pulita necessari di qui al 2030, per essere in linea con l’obiettivo net zero entro il 2050, sono di 5 mila miliardi di euro l’anno secondo Bloomberg Nef e di 4.200 euro l’anno secondo la IEA, tra due volte e mezzo e tre volte i 1.700 miliardi investiti nel 2023”.
L’Ue ha investito 764 miliardi l’anno nella transizione tra il 2010 e il 2020, e “per raggiungere l’obiettivo di dimezzare le emissioni rispetto al 1990, saranno richiesti investimenti aggiuntivi rispetto alla media pregressa di 477 miliardi di euro l’anno per un totale di mille e 200 miliardi di euro ogni dodici mesi, pari all’8,3% del Pil dell’Unione”. Una cifra enorme, pari all’8,3 del Pil dell’Ue, ma che andrà ricavata prevalentemente nei due settori che fin qui meno hanno fatto nella giusta direzione, ossia mobilità (205 miliardi l’anno) e edilizia residenziale (180 miliardi l’anno).
Quanto costa l’inazione
Non investire però costerà assai di più. “La previsione – si legge nel rapporto – è che entro il 2030 l’equivalente di oltre il 2% delle ore lavorative totali a livello mondiale andrà perso ogni anno, pari a un danno economico di 2.400 miliardi di dollari”, perché fa troppo caldo per lavorare e i lavoratori andranno a un ritmo più lento. Viene poi citato il rapporto della Banca Mondiale del 2021 sul valore per il Pil globale di prodotti naturali come impolinazione, pesca, legname. “Il collasso nella fornitura di questi prodotti e servizi che la natura ci offre determinerebbe una riduzione del prodotto globale di 2.700 miliardi di dollari l’anno dal 2030”.
A pagare saranno anche le imprese, come emerge dallo studio del World Economic Forum. Eventi climatici avversi e disastri ambientali hanno già causato danni diretti per 3.600 miliardi di dollari. Il dato che deve preoccupare governi e imprese riguarda ai costi sula crescita globale. “La traiettoria attuale che ci porta verso un aumento delle temperature di 3 gradi di qui alla fine del secolo determinerà una riduzione del prodotto globale tra il 16 e il 22% nel 2100 – scrove l’Ais – ovvero un crollo superiore tra il 10 e il 15% a quello che avverrebbe se mantenessimo l’aumento delle temperature sotto i 2 gradi”.
Perché si investe troppo poco
Ma perché, se i vantaggi sono certi e non agire è così svantaggioso, governi e imprese fanno così poco? L’investimento iniziale è molto oneroso, e questo frena gli interventi anche per una attenzione dell’opinione pubblica più blanda. Ma già ora chi ha realizzato le infrastrutture adeguate ha avuto un miglioramento dei propri risultati. In Italia chi ha investito nel green ha visto, in media, aumentare la propria produzione rispetto a chi non lo ha fatto del +7%, il fatturato +10%, l’occupazione +8% e l’export +4%.” Poiché il percorso della transizione globale non è chiaro ed è difficile da prevedere, le aziende dovranno essere capaci di sviluppare strategie nell’incertezza. È questa la sfida per gli anni a venire”, sottolinea Panara.
Negli ultimi 5 anni “c’è stato un risveglio di attenzione da parte di governi e parlamenti ma gli investimenti programmati, benché in aumento, non sono sufficienti a garantire lo sviluppo delle economie e delle collettività – si legge nel report – è una sfida imponente alla quale non possono rispondere solo le risorse pubbliche e richiede la mobilitazione di risorse private che solo marginalmente affluiscono al settore”. Ma le infrastrutture sostenibili, seriamente pianificate e realizzate, “sono più remunerative di quelle convenzionali”. Sono quindi anche più attraenti per capitali privati orientati al lungo termine e avversi al rischio. Conclude Panara: “Negare non risolve il problema, rinviare le soluzioni aumenta i costi e rende più difficile contenere i danni”.