Il rispetto per le istituzioni di Trump sta tutto nelle parole con cui ha apostrofato il presidente della Federal Reserve qualche ora prima della riunione per il taglio dei tassi. «Abbiamo a che fare con una persona stupida». La colpa di Jerome Powell, la più importante carica del Paese in grado di decidere le sorti dell’economia, è di non averlo assecondato, di aver mantenuto la propria indipendenza.
Le minacce, gli insulti, la moral suasion forse avvenuta in un colloquio alla Casa Bianca solo una settimana fa, non sono riusciti a piegare il coriaceo Jerome Powell, che, nominato da Trump a presidente della Federal Reserve durante il suo primo mandato e poi riconfermato da Biden, si trova ancora su quella sedia e ha fatto capire di non essere una banderuola.
L’economia è una cosa seria e ogni mossa della più importante istituzione finanziaria del pianeta deve essere ponderata. Il ragionamento di Powell è molto semplice. L’economia Usa è solida, il mercato del lavoro va bene e persino …
Il rispetto per le istituzioni di Trump sta tutto nelle parole con cui ha apostrofato il presidente della Federal Reserve qualche ora prima della riunione per il taglio dei tassi. «Abbiamo a che fare con una persona stupida». La colpa di Jerome Powell, la più importante carica del Paese in grado di decidere le sorti dell’economia, è di non averlo assecondato, di aver mantenuto la propria indipendenza.
Le minacce, gli insulti, la moral suasion forse avvenuta in un colloquio alla Casa Bianca solo una settimana fa, non sono riusciti a piegare il coriaceo Jerome Powell, che, nominato da Trump a presidente della Federal Reserve durante il suo primo mandato e poi riconfermato da Biden, si trova ancora su quella sedia e ha fatto capire di non essere una banderuola.
L’economia è una cosa seria e ogni mossa della più importante istituzione finanziaria del pianeta deve essere ponderata. Il ragionamento di Powell è molto semplice. L’economia Usa è solida, il mercato del lavoro va bene e persino l’inflazione non desta preoccupazione. Ci sarebbe quindi spazio per tagliare il costo del denaro che negli Usa è al 4,5%, ma esiste un’incertezza che si chiama Trump.
Da quando è diventato presidente, ha creato scompiglio annunciando e togliendo a proprio piacimento dazi a mezzo mondo, ha promulgato leggi che impattano su molti settori e di fatto ha creato una grandissima incertezza perfino su asset considerati porti sicuri come il dollaro e i Treasury, i titoli di Stato americani.
Nel suo discorso in occasione del Fomc è come se Powell avesse scritto tra le righe che la causa per cui non taglia i tassi, non è il pericolo di un crollo dei posti di lavoro o di una recessione, ma la politica economica di Trump che non lascia presagire nulla di certo. Le attese degli analisti restano per due ulteriori tagli dei tassi da qui alla fine dell’anno, ma Powell è stato molto chiaro. Non c’è una strada predefinita, perché in questo scenario, con Trump alla guida che cambia idea ogni due giorni, si può solo navigare a vista. “Wait and see”, aspettare e vedere, analizzando soprattutto i dati, perché la Fed ora si può permettere “il lusso” (parole sue) di star seduta e guardare quello che accade, senza aver paura di intervenire in ritardo.
Le pressioni di Trump sono forti, perché gli Stati Uniti sono seduti su una montagna di debiti, pari a 36mila miliardi di dollari e generano una spesa per interessi di 665 miliardi di dollari l’anno che si mangia il 14% dell’intero budget federale, la seconda voce d’uscita al pari di Medicare e dietro solo alla spesa sociale (22%, poco più di mille miliardi di dollari). Un taglio dei tassi di interesse e una politica più accomodante sarebbe come una manna dal cielo per il presidente, perché gli darebbe qualche margine di manovra in più per portare a compimento le proprie promesse elettorali, come la conferma del taglio delle tasse, contenuta nella sua legge di bilancio, il Big beautiful bill, che costerà allo Stato almeno 5mila miliardi di dollari.