Una storia che va avanti da trent’anni esatti. E che vede un ente parapubblico prima diventare stazione appaltate per grandi opere, in maniera anomala, e poi improvvisamente, al momento di saldare il conto, scomparire e trasformarsi in una sorta di fantasma: perché sulla carta c’è ancora, ma in realtà non ha più una sede, un ufficio, un numero di telefono al quale rivolgersi. Ma ha dei dirigenti, per la precisione dei commissari, che da trent’anni si avvicendano senza però mettere fine a questa vicenda che vede imprese attendere pagamenti da tre decenni: pagamenti che ammontano oggi a un valore di almeno 40-50 milioni di euro, anche per infrastrutture già fatte e consegnate e utilizzate da tempo. Secondo i creditori il valore attualizzato varrebbe addirittura 80 milioni.
Il carrozzone beneventano
È la storia del consorzio di bonifica della Valle Telesina, nel beneventano. Un carrozzone nato negli anni Settanta e partecipato da piccoli agricoltori della zona sotto il controllo della R…
Una storia che va avanti da trent’anni esatti. E che vede un ente parapubblico prima diventare stazione appaltate per grandi opere, in maniera anomala, e poi improvvisamente, al momento di saldare il conto, scomparire e trasformarsi in una sorta di fantasma: perché sulla carta c’è ancora, ma in realtà non ha più una sede, un ufficio, un numero di telefono al quale rivolgersi. Ma ha dei dirigenti, per la precisione dei commissari, che da trent’anni si avvicendano senza però mettere fine a questa vicenda che vede imprese attendere pagamenti da tre decenni: pagamenti che ammontano oggi a un valore di almeno 40-50 milioni di euro, anche per infrastrutture già fatte e consegnate e utilizzate da tempo. Secondo i creditori il valore attualizzato varrebbe addirittura 80 milioni.
Il carrozzone beneventano
È la storia del consorzio di bonifica della Valle Telesina, nel beneventano. Un carrozzone nato negli anni Settanta e partecipato da piccoli agricoltori della zona sotto il controllo della Regione Campania che nel 1989 affida, tra le altre cose e in maniera singolare, allo stesso consorzio la gestione dell’appalto per la realizzazione della strada a scorrimento veloce della Fondo valle Isclero. La gara la vince nel 1990 una associazione temporanea di imprese, guidata dal gruppo Astaldi (oggi Webuild) che finisce i lavori nei primi anni Duemila e la strada entra in funzione. Come spesso accade al momento di saldare i pagamenti nasce un contenzioso tra parte pubblica e privata, e alla fine dopo un lodo arbitrale si arriva a stabilire la cifra che spetta ai privati solo per questa opera: 32 milioni di euro. Ma ecco che il consorzio inizia a diventare un fantasma.
La Regione Campania nel 1995 nomina un commissario straordinario, e avvia le procedure per far transitare dipendenti e beni a un altro consorzio, quello dell’Alifano. Nel 2002 decide quindi di liquidare l’ente, e da allora nomina un commissario ad hoc. I primi quattro si dimettono a cadenza annuale quasi, per un semplice motivo: al di là delle somme per pagare i dipendenti (che dopo lunghe trattative vengono poi trasferiti all’Alifano), non c’è quasi un euro per pagare i creditori. Nel 2012 allora prende le redini della gestione commissariale Giuseppe Catenacci, un volto storico della dirigenza della Regione Campania: per 27 anni capo di gabinetto, ruolo che ha mantenuto anche all’inizio del suo ruolo di commissario liquidatore del consorzio Valle Telesina. «Io ho fatto il possibile per cercare di chiudere la gestione liquidatoria pagando i creditori — dice a Repubblica — per un periodo mi scrivevo e rispondevo da solo nel ruolo di commissario e capo di gabinetto, ma questo per accelerare le procedure». Catenacci nominato nel 2012 resta in carica fino a qualche mese fa: «Mi sono dimesso, per motivi di salute ma anche perché negli ultimi bilanci della Regione era stata soppressa anche la voce per la gestione liquidatoria dell’ente e non potevo fare molto altro».
Le bad company vuote
Insomma, un ramo dello Stato si comporta un po’ come certe società avventuriere, che invece di pagare i creditori creano sorte di bad company che lasciano lì in piedi ma sono vuote dentro e non pagano proprio nulla. Alla porta sono rimasti diversi creditori, che oggi, con la rivalutazione, vanterebbero decine di milioni di euro dal consorzio fantasma: e non possono aggredire i beni della Regione perché i giudici amministrativi hanno stabilito che si tratta di “altro ente” e quindi non responsabile dei pagamenti non fatti dal consorzio. Ma c’è di più, come racconta il nuovo commissario liquidatore, il generale della Finanza Antonio Felice Caputo: «Il consorzio era composto dai piccoli proprietari terrieri che usufruivano dei servizi, per questo la Regione non può essere responsabile a livello patrimoniale — dice — io sto riattualizzando lo stato passivo, sto ricercando i documenti in maniera certosina, per trovare la via per una soluzione e siglare una intesa con i creditori. La Regione sta affrontando seriamente la vicenda, questo lo voglio ribadire».
Ma non sarà facile. Anche perché resta l’anomalia di un appalto per un’opera pubblica affidato a un ente che però non dipendeva direttamente dal patrimonio della Regione. Ma tant’è, i danni restano in capo ai privati. Soprattutto alle aziende che hanno realizzato la strada, ma non solo. Di certo c’è che dopo 30 anni comunque la Regione paga amministrazioni liquidatorie, mentre i creditori privati aspettano.