Ormai non è più un problema di produzione al minimo. La chiusura dell’ex Ilva è un’ipotesi concreta. Potrebbe diventare realtà entro la fine di luglio se l’accordo di programma per la ripartenza fra governo ed enti locali e l’Autorizzazione integrata ambientale (Aia) non arriveranno in tempi brevi. Il ministro delle Imprese e del Made in Italy, Adolfo Urso, non usa giri di parole. In una videoconferenza con i sindacati, abbandona l’abituale cautela e il velato ottimismo degli ultimi tempi e descrive uno scenario drammatico. Le conseguenze sul piano occupazionale sarebbero disastrose per circa ventimila addetti, fra dipendenti diretti e indotto.
Il nodo Aia e sentenza del Lussemburgo
Senza le prescrizioni della nuova Aia, secondo il ministro, c’è il …
Ormai non è più un problema di produzione al minimo. La chiusura dell’ex Ilva è un’ipotesi concreta. Potrebbe diventare realtà entro la fine di luglio se l’accordo di programma per la ripartenza fra governo ed enti locali e l’Autorizzazione integrata ambientale (Aia) non arriveranno in tempi brevi. Il ministro delle Imprese e del Made in Italy, Adolfo Urso, non usa giri di parole. In una videoconferenza con i sindacati, abbandona l’abituale cautela e il velato ottimismo degli ultimi tempi e descrive uno scenario drammatico. Le conseguenze sul piano occupazionale sarebbero disastrose per circa ventimila addetti, fra dipendenti diretti e indotto.
Il nodo Aia e sentenza del Lussemburgo
Senza le prescrizioni della nuova Aia, secondo il ministro, c’è il rischio che l’azienda possa essere chiusa dal tribunale di Milano, dinanzi al quale pende da più di un anno un ricorso delle associazioni dei genitori tarantini che chiedono lo stop alle emissioni nocive. Urso ipotizza che, in assenza dell’Aia, i giudici milanesi possano uniformarsi al provvedimento emesso 12 mesi fa dalla Corte di Giustizia europea. «Se la fabbrica inquina, va fermata», la linea dei magistrati lussemburghesi.
L’altro nodo da sciogliere in fretta, secondo il ministro, riguarda l’approvvigionamento di gas. Nella riunione di mercoledì scorso, il sindaco di Taranto, Piero Bitetti, si è detto contrario all’ipotesi di una nave rigassificatrice nel porto di Taranto, come richiesto da Baku Steel, potenziale acquirente dell’azienda. Secondo Urso, c’è bisogno di gas subito e, senza il consenso del Comune, bisogna cominciare a delineare un percorso diverso, spostando altrove la produzione di semilavorato, il cosiddetto Dri preridotto.
Decarbonizzazione e gas
Dalla certezza di poter avviare il processo di decarbonizzazione con il ricorso al gas dipende l’esito della trattativa per la vendita, ora in stallo. Sia Baku Steel, con cui i commissari di Acciaierie d’Italia hanno avviato un’interlocuzione in via esclusiva, sia Jindal International e Bedrock Industies, le altre due pretendenti, sono alla finestra. Le possibilità di cedere il complesso siderurgico dipendono anche e soprattutto dalle prescrizioni della nuova Aia: la richiesta di interventi particolarmente onerosi potrebbe far saltare tutto. I sindacati sono pronti alla mobilitazione e chiedono di riconvocare immediatamente il tavolo a Palazzo Chigi. «Non accetteremo soluzioni che prevedano la chiusura dell’azienda», dicono.