Elettricità contro petrolio, il nuovo fronte mondiale. Ecco perché Trump sembra uno sceicco
di Maurizio RicciTrump come uno sceicco? E' un'immagine in cui il presidente americano si ritroverebbe agevolmente. Tuttavia, è più di una battuta. L'ascesa della nuova America – irriconoscibile per molti – è stata via via attribuita alla debolezza dell'opposizione, alla controrivoluzione culturale, all'insoddisfazione economica, in generale al successo della ricetta populista. Ma, per chi continua a credere che, alla radice dei grandi sommovimenti storici, ci siano profonde correnti materiali, c'è anche una spiegazione che circola fra gli studiosi americani, anche se nessuno ne riconosce il debito a Karl Marx: l'America di oggi – Trump o non Trump – è, anzitutto, un petrostato. In controluce, l'immagine che proietta non è quella della Francia, ma dell'Arabia saudita.
La corsa dello shale
E' stato un mutamento rapidissimo. Fra il 2000 e il 2010, gli Stati Uniti erano il maggior importatore di petrolio del mondo: 13 milioni di barili al giorno. Poi, nel 2008, la rivoluzione del fracking e dello shale. …
Trump come uno sceicco? E' un'immagine in cui il presidente americano si ritroverebbe agevolmente. Tuttavia, è più di una battuta. L'ascesa della nuova America – irriconoscibile per molti – è stata via via attribuita alla debolezza dell'opposizione, alla controrivoluzione culturale, all'insoddisfazione economica, in generale al successo della ricetta populista. Ma, per chi continua a credere che, alla radice dei grandi sommovimenti storici, ci siano profonde correnti materiali, c'è anche una spiegazione che circola fra gli studiosi americani, anche se nessuno ne riconosce il debito a Karl Marx: l'America di oggi – Trump o non Trump – è, anzitutto, un petrostato. In controluce, l'immagine che proietta non è quella della Francia, ma dell'Arabia saudita.
La corsa dello shale
E' stato un mutamento rapidissimo. Fra il 2000 e il 2010, gli Stati Uniti erano il maggior importatore di petrolio del mondo: 13 milioni di barili al giorno. Poi, nel 2008, la rivoluzione del fracking e dello shale. Dal 2018, gli Usa sono il massimo produttore di greggio, anche oltre i sauditi. Nel 2030, esporteranno 14 milioni di barili, rovesciando esattamente la situazione di venti anni fa.
Contemporaneamente, raddoppieranno le esportazioni di gas naturale. Ora, proviamo a proiettare questi dati sullo scenario geopolitico globale. Americani, russi e sauditi fanno, insieme, un terzo della produzione mondiale di petrolio. Intanto, l'Europa – che Trump irride e condanna ogni volta che può – deve agli Usa il 45 per cento del gas naturale che importa e, nella guerra commerciale in corso, è vincolata dal fatto che l'export più importante dell'America in Europa sono, appunto, i barili di greggio.
L’abbraccio a Russia e Arabia saudita
Se riavvolgiamo il film di questi primi mesi di presidenza Trump, vediamo un atteggiamento inedito, spesso caloroso, comprensivo, a volte solidale verso Russia e Arabia saudita. Ci sono corposi interessi in comune, a cominciare dalla protezione dei combustibili fossili contro l'”onda verde” del resto del mondo. Ritirandosi dal trattato di Parigi, l'America si è ritrovata nella squadra di Mosca e Riad.
Ma ci sono anche convergenze più di fondo. Mike Ross e Erik Voerten, su Foreign Affairs, sottolineano che i paesi importatori condividono l'interesse alla sicurezza del traffico marittimo, alla stabilizzazione dei mercati, all'influenza degli organismi internazionali. Il classico petrostato, invece, è attento, piuttosto, a sfruttare la sua posizione di vantaggio nella produzione per guadagnare concessioni a breve termine. Caso tipico il metano, che sia Trump che Putin, in momenti diversi, hanno usato come leva nei rapporti con l'Europa.
Anche Obama contro il Wto
A sottolineare che queste svolte non sono tic di Trump, ma segni di mutamenti profondi, i riflessi da petrostato non nascono con Trump. E' stato Obama il primo a delegittimare il Wto, privando il massimo organo mondiale di regolazione del commercio degli strumenti di arbitrato. E Biden ha tenuto in piedi buona parte delle tariffe antiCina varate dal primo Trump. L'attuale presidente è però caduto nella classica maledizione dei petrostati. Vorrebbe un petrolio a prezzo basso, per contrastare l'inflazione, ma ha bisogno di prezzi alti per incoraggiare la produzione. Il prezzo alto, peraltro, rafforza la valuta e penalizza le esportazioni, secondo la classica “maledizione delle risorse” dei produttori di materie prime.
Le somiglianze, peraltro, arrivano solo fino ad un certo punto. A Mosca e a Riad, l'industria petrolifera è affare di Stato, mentre negli Usa è una vetrina del capitalismo privato. Se questo basti a impedire che Trump segua le orme di Chavez o Saddam lo vedremo. Intanto, però, è importante prender nota del riallineamento geopolitico che il boom petrolifero americano comporta. Perché al blocco dei petrostati si contrappone sempre di più uno schieramento di paesi che, in nome dell'indipendenza energetica, puntano con decisione sulle catene industriali dell'economia verde, sulle rinnovabili, sulle tecnologie pulite. Li chiamano “elettrostati”, in contrapposizione ai petrostati. Trarne una immagine politicamente unitaria non è possibile, visto che, accanto all'Europa, l'elettrostato per eccellenza è la Cina. E' vero, però, che l'elettricità comporta minori squilibri internazionali. Elettroni contro idrocarburi. Potrebbe rivelarsi la storia dei prossimi decenni.