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La popolazione cresce, non le reti. Così l’Africa rischia di rimanere al buio

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La soluzione alla povertà energetica si trova nell’autoproduzione con rinnovabili distribuite. Il caso Nigeria accende la speranza
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Esiste una terra dove le possibilità di generare energia da fonti rinnovabili potrebbero far invidia a molti. Dove lo spazio e la forza lavoro di certo non mancano, perché la popolazione, per la più parte giovane, è in continua crescita. No, non si tratta della Cina, né tanto meno degli Stati Uniti o dell’Europa, alle prese da anni con una severa crisi demografica. È il continente africano, la fetta di mondo che, si stima, entro il 2050 arriverà a rappresentare più di un quarto della popolazione globale, ma che oggi in buona parte vive ancora senza corrente.

Elettricità poco democratica

Perché se negli anni la quota di persone nel mondo con accesso all’elettricità è cresciuta, raggiungendo il 92 per cento nel 2023, alcune zone dell’Africa sono rimaste indietro, complici anche la pandemia da Co…

Esiste una terra dove le possibilità di generare energia da fonti rinnovabili potrebbero far invidia a molti. Dove lo spazio e la forza lavoro di certo non mancano, perché la popolazione, per la più parte giovane, è in continua crescita. No, non si tratta della Cina, né tanto meno degli Stati Uniti o dell’Europa, alle prese da anni con una severa crisi demografica. È il continente africano, la fetta di mondo che, si stima, entro il 2050 arriverà a rappresentare più di un quarto della popolazione globale, ma che oggi in buona parte vive ancora senza corrente.

Elettricità poco democratica

Perché se negli anni la quota di persone nel mondo con accesso all’elettricità è cresciuta, raggiungendo il 92 per cento nel 2023, alcune zone dell’Africa sono rimaste indietro, complici anche la pandemia da Covid e la crisi energetica del 2022.

Nell’area subsahariana si concentra l’85% della popolazione mondiale che non gode di una connessione elettrica, pari a quasi 600 milioni di persone. In questi Paesi le disuguaglianze interne sono elevatissime, con le zone rurali molto più svantaggiate rispetto a quelle urbane: lì la crescita della popolazione ha superato gli sforzi di elettrificazione, lasciando 451,1 milioni di persone senza elettricità, quasi il 70% del totale mondiale.

Nonostante la strada intrapresa punti verso la direzione giusta, l’Agenzia internazionale per le energie rinnovabili (Irena) lamenta un ritmo troppo lento nei miglioramenti, insufficiente a centrare l’obiettivo dell’agenda dell’Onu di garantire energia accessibile, affidabile, sostenibile e moderna per tutti entro il 2030.

La mappa della quota di popolazione con accesso all’elettricità 

La soluzione dell’autoproduzione e delle mini-reti

Che fare, dunque, se la popolazione africana aumenta più rapidamente di quanto vengano costruiti impianti o poggiate reti elettriche? La soluzione più semplice è anche la più intuitiva: affidarsi a sistemi di generazione distribuita di energia green (distributed renewable energy, in inglese), che non necessitano di un’infrastruttura unica, ma si basano su unità elettriche di autoproduzione di piccole dimensioni e talvolta sono dotate di una propria mini-rete. Economiche e facilmente scalabili, queste tecnologie decentralizzate si adattano perfettamente alle necessità delle comunità che vivono in zone rurali e isolate, spesso con bassa capacità di spesa.

Nell’ultimo decennio, un quinto delle nuove connessioni elettriche è avvenuto attraverso queste soluzioni. Mission 300, l’ambiziosa iniziativa lanciata dall’African Development Bank e dalla World Bank che mira a collegare all’elettricità 300 milioni di persone in Africa entro il 2030, riconosce il ruolo cruciale delle soluzioni di energia rinnovabile distribuita (Dre). E ne esalta la capacità di sostenere lo sviluppo economico locale.

È famoso il caso della Nigeria, dove i progetti Dre hanno collegato quasi 6 milioni di persone attraverso più di 170 mini-grid e quasi 1,2 milioni di sistemi solari autonomi.

Dove non arrivano le reti, si guarda alle batterie

«È una speranza per chi non ha mai avuto la corrente in casa», esclama Jono West, co-fondatore e presidente di Mopo, a margine dell’Energy Tech Summit di Octopus Energy che si è tenuto a Londra. La sua società affitta batterie da un kilowattora o da 50 Wh in sei Paesi dell’Africa centrale. «Installiamo pannelli fotovoltaici nei villaggi e affidiamo a quattro abitanti la gestione dell’hub. Lì ricarichiamo le batterie che affittiamo alla giornata. Dopo 24 ore si spengono e devono essere restituite».

Il meccanismo, tutto tracciato tramite app, permette ai clienti di accedere all’elettricità e portare avanti piccoli business, senza incorrere in debiti. «Chi affitta le nostre batterie le usa principalmente per ricaricare cellulari e frigoriferi o per condurre piccole attività imprenditoriali, come i cinema. Alcuni le noleggiano a loro volta ai vicini», aggiunge West.

Se il divario si trasforma in occasione

Accanto una narrativa più tradizionale - che guarda prevalentemente a ciò che manca - si sta affermando tra gli esperti la convinzione che il divario con il resto del mondo sia per l’Africa soprattutto un’opportunità. In altre parole, il continente ha la rara possibilità di decidere come alimentare il proprio sviluppo, se ripetere il percorso del Nord globale puntando sui combustibili fossili o creare sistemi energetici puliti e decentralizzati fin dal giorno uno.

«È l’occasione di una vita per il nostro sviluppo sostenibile, ma abbiamo bisogno dell’appoggio del sistema finanziario globale». A parlare è Damilola Ogunbiyi, ex direttrice dell’Agenzia per l’Elettrificazione Rurale della Nigeria e ceo di Sustainable Energy for All, organizzazione internazionale che collabora con le Nazioni Unite. La mancanza di finanziamenti accessibili e convenienti è oggi una delle ragioni principali della lentezza e della disomogeneità dei progressi della regione.

Nel 2023, ultimi dati disponibili, i flussi internazionali verso i Paesi in via di sviluppo a sostegno dell’energia pulita sono saliti a 21,6 miliardi di dollari. Ma per centrare gli obiettivi al 2030 potrebbe servire uno sforzo aggiuntivo e maggiore programmazione assieme ai governi locali. «Sono i progetti a guidare il cambiamento, non le regole», prosegue Ogunbiyi, che nella sua vita precedente ha avviato un piano per elettrificare la Nigeria da 550 milioni di dollari. «Molti di coloro che considerano l’Africa troppo rischiosa per i propri business non l’hanno mai visitata».

Giù gli stereotipi, ma non basta

Combattere gli stereotipi può essere un primo passo per aumentare la tolleranza al rischio dei creditori, ma secondo l’Irena è necessario che a questo segua un deciso aumento dei fondi, con un focus maggiore sull’impatto piuttosto che il profitto. L’Agenzia richiama poi l’attenzione sul tipo di finanziamenti, per evitare di peggiorare i bilanci di Paesi già pesantemente indebitati. Senza contare che soluzioni innovative come le Dre richiedono maggior flessibilità e che la disponibilità di finanziamenti a lungo termine in valuta locale - oggi poco diffusi - proteggerebbe gli imprenditori dal rischio valuta.

Per ridurre la povertà elettrica non c’è una soluzione univoca e raggiungere i target al 2030 è un processo complesso che richiede fondi, dialogo internazionale e con le comunità locali. Al tempo stesso è un percorso da cui non possiamo esimerci, perché come ripete spesso Ogunbiyi, «bisogna avere abbastanza energia per essere produttivi e per condurre una vita dignitosa».

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