Broyer (S&P): “Dazi? Un’intesa sul 10% in tempi rapidi non frenerà la crescita”
di Raffaele RicciardiUn dazio universale del 10% su tutti i beni manifatturieri importati dall’Europa è lo scenario ragionevolmente migliore» che ci possiamo aspettare dalla partita tra Washington e Bruxelles sulle tariffe doganali. Sylvain Broyer, il capo economista per l’Europa e il Mediterraneo dell’agenzia di rating S&P, fa intendere che un accordo del genere sarebbe migliorativo rispetto al quadro attuale e, se arrivasse in tempi rapidi, sarebbe da preferire alla nebbia che ad oggi avvolge le imprese.
Le trattative Ue-Usa sono ancora incerte, quale ritiene sia l’esito più probabile?
«È difficile prevederlo: finora i progressi sono stati limitati, data la complessità delle questioni sul tavolo, che includono i dazi, ma anche imposte e…
Un dazio universale del 10% su tutti i beni manifatturieri importati dall’Europa è lo scenario ragionevolmente migliore» che ci possiamo aspettare dalla partita tra Washington e Bruxelles sulle tariffe doganali. Sylvain Broyer, il capo economista per l’Europa e il Mediterraneo dell’agenzia di rating S&P, fa intendere che un accordo del genere sarebbe migliorativo rispetto al quadro attuale e, se arrivasse in tempi rapidi, sarebbe da preferire alla nebbia che ad oggi avvolge le imprese.
Le trattative Ue-Usa sono ancora incerte, quale ritiene sia l’esito più probabile?
«È difficile prevederlo: finora i progressi sono stati limitati, data la complessità delle questioni sul tavolo, che includono i dazi, ma anche imposte extraterritoriali e aspetti regolamentari. Non sarebbe affatto sorprendente se non si arrivasse a un’intesa entro la scadenza del 9 luglio. L’Ue punta a un accordo di libero scambio, mentre gli Usa sembrano meno interessati a un’intesa così ampia».
Che effetti avrebbe lo scenario del 10% universale?
«Potremmo rivedere moderatamente la rialzo le nostre previsioni di crescita dello 0,1% per l’anno prossimo, di più se l’incertezza si dissolvesse rapidamente. Tuttavia, qualsiasi accordo potrebbe incontrare sfide e dover essere rinegoziato».
E se le cose andassero per il verso sbagliato?
«Lo scenario peggiore, ad oggi, sarebbe l’imposizione da parte degli Usa di dazi al 50% su tutte le importazioni Ue: peserebbe in modo significativo sull’economia europea, riducendo potenzialmente le previsioni di crescita di circa lo 0,4% sia nel 2026 che nel 2027».
Avete appena aggiornato le vostre stime: come sta l’Eurozona?
«Continuiamo ad aspettarci una crescita contenuta per quest’anno, intorno allo 0,8% per l’Eurozona e allo 0,5% per l’Italia. Dazi e incertezza delle trattative pesano sulla domanda. Tuttavia, le tariffe non comprometteranno la ripresa in corso della domanda interna in Europa, che continua a essere sostenuta da bilanci solidi del settore privato, tassi d’interesse più bassi e stimoli fiscali, in particolare in Germania. Ci aspettiamo che la crescita raggiunga l’1,4% nel 2027 e l’1,5% nel 2028: la prospettiva di medio termine è più positiva del breve periodo. Anche in Italia, la crescita nel 2027/2028 dovrebbe essere superiore (circa 0,9%) rispetto ai livelli attuali».
La Nato ha fissato l’obiettivo del 5% di spese militari sul Pil, al 2035. Spingerà l’economia?
«Abbiamo un obiettivo di spesa, ma i dettagli su come raggiungerlo restano poco chiari. L’impatto dipenderà dalla rapidità con cui verranno attuati gli investimenti e dalla quota destinata alle truppe rispetto ai sistemi d’arma e alle infrastrutture legate alla difesa. L’aumento della spesa per la difesa potrebbe contribuire a una crescita del Pil europeo di circa un quarto di punto percentuale nel 2027 e nel 2028, probabilmente meno negli anni precedenti. È fondamentale che l’Europa affronti questo tema con una strategia unificata, per ottenere economie di scala, favorire l’innovazione, rafforzare le catene del valore e ridurre la dipendenza dalle importazioni».
Tornando all’Italia, i Btp hanno ottenuto performance positive finora: ci sono ancora fattori di supporto?
«Gli investitori stanno privilegiando gli asset in euro e l’apprezzamento della valuta unica sul dollaro riflette questa forte domanda. In base ai differenziali dei tassi d’interesse, l’euro dovrebbe normalmente essere circa 10 centesimi più basso rispetto al dollaro rispetto ai livelli attuali, segnalando così un premio significativo per gli asset in euro. Questo premio si estende anche ai titoli di Stato italiani, sostenendone le performance».