Il mondo fa i conti con la guerra diffusa
Rony HamauiNegli ultimi anni, il numero di Paesi coinvolti, direttamente o indirettamente, in una guerra è diventato numerosissimo. Tra quelli direttamente coinvolti ricordiamo: Russia, Ucraina, Pakistan, India, Israele, Gaza, Libano, Siria, Yemen, Iran, Myanmar, Sudan, Nigeria, Somalia, Repubblica Democratica del Congo e Sud Sudan. Tra quelli indirettamente coinvolti – ovvero che hanno fornito supporto materiale ai Paesi in guerra o si sono sentiti minacciati dalle crescenti tensioni internazionali – vanno annoverati tutti i Paesi occidentali, la Cina, Taiwan, le due Coree e persino il Giappone.
Sempre meno “pace” nel mondo: l’indice GPI
Secondo il recente rapporto dell’Institute for Economics & Peace (Iep), il numero di conflitti nel mondo non è mai stato così alto negli ultimi ottant’anni. Ci troviamo, di fatto, di fronte a uno scenario di tensione, se non di guerra mondiale diffusa.
Quali sono – o, meglio, quali saranno …
Negli ultimi anni, il numero di Paesi coinvolti, direttamente o indirettamente, in una guerra è diventato numerosissimo. Tra quelli direttamente coinvolti ricordiamo: Russia, Ucraina, Pakistan, India, Israele, Gaza, Libano, Siria, Yemen, Iran, Myanmar, Sudan, Nigeria, Somalia, Repubblica Democratica del Congo e Sud Sudan. Tra quelli indirettamente coinvolti – ovvero che hanno fornito supporto materiale ai Paesi in guerra o si sono sentiti minacciati dalle crescenti tensioni internazionali – vanno annoverati tutti i Paesi occidentali, la Cina, Taiwan, le due Coree e persino il Giappone.
Sempre meno “pace” nel mondo: l’indice GPI
Secondo il recente rapporto dell’Institute for Economics & Peace (Iep), il numero di conflitti nel mondo non è mai stato così alto negli ultimi ottant’anni. Ci troviamo, di fatto, di fronte a uno scenario di tensione, se non di guerra mondiale diffusa.
Quali sono – o, meglio, quali saranno – le conseguenze economiche di una simile situazione, peraltro destinata, con ogni probabilità, a perdurare? Come ricordava Adam Smith ne La Ricchezza delle Nazioni (Libro V, paragrafo I), tutte le guerre moderne comportano un aumento della spesa pubblica. Secondo l’Iep, lo scorso anno, la sola spesa per gli armamenti (in senso ampio) ha raggiunto i 9 trilioni di dollari, mentre il costo complessivo delle violenze è stato pari a quasi 20 trilioni di dollari, cioè l’11,6% del Pil mondiale. Tali spese, soprattutto a partire dal secondo dopoguerra, sono state sempre più frequentemente finanziate con nuovo debito pubblico. Questo anche in seguito alla lezione keynesiana e agli effetti disastrosi osservati dopo la Prima guerra mondiale, quando Stati Uniti e Regno Unito tentarono di contrastare i disavanzi bellici con politiche restrittive. L’introduzione del suffragio universale e la necessità di non alienarsi l’opinione pubblica portarono, infatti, a un cambiamento permanente nel concetto di “reputazione” fiscale. Tuttavia, oggi, in un mondo già fortemente indebitato, questa prospettiva rischia di mettere in discussione la stabilità monetaria e finanziaria.
Le spese militari nel mondo
La guerra porta inflazione
Sul piano monetario, le guerre tendono presto o tardi a generare inflazione e, talvolta, un ripudio più o meno parziale del debito. Già oggi, Paesi direttamente coinvolti in conflitti armati, come Russia e Iran, mostrano tassi d’inflazione elevati; mentre quelli meno coinvolti sembrano essere stati finora protetti da un rallentamento della domanda interna, da un mercato delle materie prime più articolato e dall’indipendenza delle banche centrali. Tuttavia, questa indipendenza potrebbe essere messa a rischio dall’intensificarsi della crisi e dalla necessità crescente di finanziare il debito. In altre parole, è difficile che un Paese ricco e dotato di sovranità monetaria, come gli Stati Uniti, vada in default, ma è verosimile che a un certo punto debba “monetizzare” parte del proprio debito, come accadde a molti Paesi dopo la Seconda guerra mondiale.
L’effetto sulle materie prime
Studi recenti hanno inoltre mostrato che il legame tra crisi geopolitiche e prezzi delle materie prime energetiche non è affatto lineare. Se i Paesi coinvolti sono grandi produttori, nei primi giorni dello shock – dominati da rischi sul lato dell’offerta – i prezzi tendono a salire, per poi calare gradualmente quando prevalgono le preoccupazioni per un possibile calo della domanda. Negli ultimi anni, poi, l’effetto dei conflitti sui prezzi di gas e petrolio si è attenuato, grazie alla diversificazione dell’offerta, favorita dal massiccio ingresso degli Stati Uniti e delle energie rinnovabili. Inoltre, un efficace meccanismo di mean reversion (quando l’aumento dei prezzi stimola l’offerta e riduce la domanda) ha contribuito a stabilizzare i mercati. Più controverso è l’effetto espansivo della maggiore spesa pubblica. È opinione diffusa che essa rappresenti uno stimolo importante per l’economia; tanto che l’entrata in guerra degli Stati Uniti nel 1941 è spesso considerata come il fattore decisivo per l’uscita dalla Grande Depressione. Tuttavia, studi storici più recenti hanno messo in discussione questa lettura, sulla base di nuove interpretazioni dei dati macroeconomici e degli effetti sulla qualità della vita dei cittadini. In effetti, l’apparente aumento del Pil e la riduzione della disoccupazione vanno letti con cautela: molti uomini erano al fronte, mentre il tenore di vita degli americani peggiorò sensibilmente a causa della scarsa disponibilità e qualità di beni e servizi. Inoltre, il clima di guerra tende a spaventare i consumatori, inducendoli a risparmiare di più.
La guerra permanente
Ancora più preoccupanti sono gli effetti di lungo periodo di uno stato di guerra permanente. Esso non solo sposta risorse dal settore civile a quello militare, ma distorce anche gli incentivi per le imprese private, che trovano più conveniente lavorare per lo Stato e le sue industrie belliche, dove si concentrano nuove opportunità di profitto. In questo modo, il settore privato, sempre più legato ad uno Stato che tende al corporativismo e l’ipertrofia, diventa meno dinamico e innovativo, mentre proliferano le attività di lobbying politico. L’allocazione delle risorse attraverso contratti pubblici sfugge alla logica del profitto e i programmi di spesa militare, una volta avviati, diventano difficili da ridurre o eliminare. È vero, d’altro canto, che le guerre possono accelerare importanti innovazioni, stimolando investimenti massicci, promuovendo soluzioni rapide e incentivando la collaborazione tra scienza, industria e governo. Ne sono prova l’invenzione del radar, del computer, e la diffusione degli antibiotici e dell’energia nucleare durante la Seconda guerra mondiale. Tuttavia, molte di queste innovazioni trovano la loro origine in tempo di pace.
Le tensioni geopolitiche – e ancor più le guerre – rappresentano infine un ostacolo naturale al commercio internazionale. I dati più recenti mostrano come il commercio mondiale abbia cominciato a rallentare in termini assoluti e abbia cessato di crescere in rapporto al Pil già a partire dalla crisi finanziaria del 2007-2008. Diversamente dal periodo della Guerra Fredda, oggi un insieme di Paesi non allineati sta guadagnando rapidamente importanza, fungendo da ponte tra i blocchi. Questo ha reso il commercio globale più resiliente, ma non ha necessariamente rafforzato le catene di approvvigionamento o ridotto le dipendenze strategiche. Secondo le ultime previsioni del Wto, nel 2025, per la prima volta da decenni, il commercio mondiale di beni dovrebbe registrare una contrazione dello 0,25 per cento.
In definitiva, anche se le guerre sono “cigni neri” – eventi rari e difficili da prevedere nei loro effetti – uno scenario mondiale di tensione diffusa, pur senza provocare shock immediati o drammatici (neppure sui mercati finanziari), ci sta facendo lentamente scivolare su un piano inclinato.
Come amava ripetere il grande economista Rudi Dornbusch: «Le crisi impiegano più tempo ad arrivare di quanto si pensi, e poi si svolgono più in fretta di quanto si creda».