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Dazi, Parigi vuole più tempo. La Casa Bianca insiste: accordo entro il 9 luglio

(agf)

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La Banca dei regolamenti internazionali teme l’incertezza dei mercati “Gli effetti non sono ancora visibili, il calo del Pil sarà pesante”
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MILANO – Basta già la minaccia dei dazi a frenare l’economia mondiale. Mentre fra gli Stati Uniti e l’Europa continua il rimpallo sulla scadenza del 9 luglio imposta da Washington per trovare un accordo commerciale, la Banca dei regolamenti internazionali lancia l’allarme non solo sulla probabile inflazione, ma anche sul fatto che l’economia globale «risentirà dell’impatto dell’alta incertezza ancor prima del pieno effetto dei dazi».

«La frenata deve ancora manifestarsi nei dati - scrive nel suo rapporto annuale l’istituto di Basilea, il cui capitale è posseduto dalle maggiori banche centrali - ma l’alta incertezza e la fiducia in calo di consumatori e imprese segnalano chiaramente un deterioramento in arrivo per l’attività economica».

Sempre la Bri afferma che le prospettive per l’economia globale «sono diventate molto più incerte e imprevedibili negli ultimi mesi, con le interruzioni nei rapporti commerciali che agitano i mercati finanziari e minacciano di ridisegnare il panorama …

MILANO – Basta già la minaccia dei dazi a frenare l’economia mondiale. Mentre fra gli Stati Uniti e l’Europa continua il rimpallo sulla scadenza del 9 luglio imposta da Washington per trovare un accordo commerciale, la Banca dei regolamenti internazionali lancia l’allarme non solo sulla probabile inflazione, ma anche sul fatto che l’economia globale «risentirà dell’impatto dell’alta incertezza ancor prima del pieno effetto dei dazi».

«La frenata deve ancora manifestarsi nei dati - scrive nel suo rapporto annuale l’istituto di Basilea, il cui capitale è posseduto dalle maggiori banche centrali - ma l’alta incertezza e la fiducia in calo di consumatori e imprese segnalano chiaramente un deterioramento in arrivo per l’attività economica».

Sempre la Bri afferma che le prospettive per l’economia globale «sono diventate molto più incerte e imprevedibili negli ultimi mesi, con le interruzioni nei rapporti commerciali che agitano i mercati finanziari e minacciano di ridisegnare il panorama economico globale». Tocca «alle istituzioni - è la conclusione - agire con decisione su più fronti per garantire la stabilità dei prezzi e promuovere una crescita economica sostenibile». Insomma, la responsabilità è delle banche centrali e dei governi.

I banchieri centrali, compreso il presidente della Federal Reserve americana Jerome Powell sul quale il presidente Usa Donald Trump sta esercitando una fortissima pressione perché abbassi i tassi, si ritrovano a partire da stasera a Sintra, in Portogallo, per il forum annuale della Banca centrale europea. Sarà l’occasione per confrontarsi su politiche monetarie che si trovano tutte alle prese con lo stesso problema: una vera e propria guerra commerciale, che a furia di dazi alzasse i prezzi nelle maggiori economie importatrici - quali sono appunto Usa ed Europa - metterebbe inevitabilmente sotto pressione i prezzi e di fronte a un aumento dell’inflazione le stesse banche centrali non avrebbero scelta se non quella di frenare sulla riduzione dei tassi di interesse. Ma tassi ancora alti, o non abbastanza bassi, significano anche che l’economia crescerà di meno.

In assenza di certezze, negli ultimi mesi la Fed e la Bce hanno navigato abbastanza a vista. E a giudicare dalle ultime dichiarazioni, notizie chiare su quello che sarà il destino tariffario dei commerci tra Usa ed Ue, sono ancora lontane. Ieri, ad esempio, il ministro delle Finanze francese, Eric Lombard, ha chiesto agli Usa di postporre la data del 9 luglio oltre la quale - in mancanza di un accordo sul commercio - gli Usa potrebbero attuare ritorsioni contro l’Ue. Ma se questa sembrava anche la strada che Washington pareva decisa a percorrere, ieri lo stesso Trump ha smorzato gli entusiasmi con la sua ennesima giravolta sul tema: «Non penso che ne avrò bisogno», ha detto riferendosi appunto a una proroga della scadenza oltre il 9 luglio. E poi, ricordando che ha già concluso accordi con la Gran Bretagna e la Cina, ha aggiunto: «Non vedo l’ora di mandare un po’ di lettere che dicano: complimenti, pagherete il 25%». Una chiara minaccia all’Europa, che però fa parte del consueto armamentario del presidente Usa.

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