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Global tax, la sterzata del Mef. Ma l’imposta italiana non si tocca

GIANCARLO GIORGETTI MINISTRO ECONOMIA 

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L’accordo al G7 sulla tassa per le Big Tech, che esenta l’America, fa cambiare rotta al ministro Giorgetti che chiedeva maggiore equità
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ROMA – Oggi è «un onorevole compresso». Ieri era «una situazione insostenibile economicamente, socialmente ed eticamente». Parliamo di economia digitale che per il ministro dell’Economia Giancarlo Giorgetti «sta distruggendo buona parte dell’economia fisica». E non parlava, a novembre al tavolo con le imprese sulla manovra a pochi giorni dall’elezione di Donald Trump, solo dei colossi del web statunitensi: «Siamo invasi anche da quelli cinesi». E tutti eludono le tasse. Problema annoso. Non risolto dall’accordo sulla Global minimum tax in sede Ocse del 2021. Ora addirittura stravolto dalla decisione del G7 di esentare dal prelievo del 15% proprio le multinazionali americane. «Un onorevole compromesso» per Giorgetti.

Evitare la revenge tax di Trump

Il sollievo del ministro dell’Economia dipende dal fatto che l’intesa tra i Sette Grandi evita per ora la ritorsione automatica — “revenge tax” — promessa da Trump a carico dei Paesi che tassano le Big Tech a stelle e strisce. E soprattutto…

ROMA – Oggi è «un onorevole compresso». Ieri era «una situazione insostenibile economicamente, socialmente ed eticamente». Parliamo di economia digitale che per il ministro dell’Economia Giancarlo Giorgetti «sta distruggendo buona parte dell’economia fisica». E non parlava, a novembre al tavolo con le imprese sulla manovra a pochi giorni dall’elezione di Donald Trump, solo dei colossi del web statunitensi: «Siamo invasi anche da quelli cinesi». E tutti eludono le tasse. Problema annoso. Non risolto dall’accordo sulla Global minimum tax in sede Ocse del 2021. Ora addirittura stravolto dalla decisione del G7 di esentare dal prelievo del 15% proprio le multinazionali americane. «Un onorevole compromesso» per Giorgetti.

Evitare la revenge tax di Trump

Il sollievo del ministro dell’Economia dipende dal fatto che l’intesa tra i Sette Grandi evita per ora la ritorsione automatica — “revenge tax” — promessa da Trump a carico dei Paesi che tassano le Big Tech a stelle e strisce. E soprattutto delle loro imprese. Un danno per il Made in Italy, dalla moda all’agroalimentare passando per le auto, che Giorgetti vorrebbe evitare. A costo di qualche incoerenza. E anche di possibili impatti sulla Digital tax italiana, un mini prelievo del 3% sul fatturato applicato alle società di servizi digitali che negli anni ha portato un gettito via via crescente, seppur modesto rispetto agli enormi introiti dei giganti del web: dai 240 milioni del 2021 ai 455 milioni dell’anno scorso.

Il nodo della Digital tax italiana

Non a caso la terza manovra del governo Meloni, inviata nell’autunno scorso in Parlamento, prevedeva di abbattere i paletti della tassa italiana proprio per allargarne la base imponibile, cioè i soggetti da colpire: via il limite di almeno 750 milioni di fatturato globale e via pure quello di 5,5 milioni da ricavi nazionali. Ne scaturì un polverone, soprattutto interno alla maggioranza di destra. «Bisogna tagliare le unghie ai colossi del web, come Amazon e Meta, che pagano tra lo zero e il 2% di tasse», tuonava il presidente dei senatori di Forza Italia Maurizio Gasparri. Minacciando un emendamento per «riscrivere la norma perché la Ragioneria ha sbagliato: si accanisce sui piccoli e si mette in ginocchio davanti ai grandi».

Il leader dei forzisti nonché vicepremier Antonio Tajani negava di difendere gli interessi di Mediaset, possibile destinataria del balzello. Ma in effetti tutto il mondo dell’editoria, anche piccola, era in subbuglio perché così concepita la tassa avrebbe colpito a 360 gradi senza distinguere colossi e modeste cooperative. Alla fine il compromesso fu di tenere solo il limite più alto, quello di almeno 750 milioni di fatturato globale. Ma il ministro Giorgetti non ha mai nascosto di voler tornare sul tema. E non solo per un motivo di gettito. Soprattutto per accontentare gli americani che chiedono reciprocità nel prelievo, quantomeno.

La reciprocità del prelievo

L’ha assicurato anche la premier Giorgia Meloni a Trump nella sua visita il 18 aprile alla Casa Bianca: no a tasse discriminatorie sui servizi digitali, recita la dichiarazione finale congiunta. Al momento, secondo fonti del ministero dell’Economia, la Digital tax italiana non si tocca. In Europa solo Italia, Francia e Spagna ce l’hanno, non esiste in Germania. Disegnata in modo conforme al Digital taxation package della Commissione europea, ha un’aliquota bassa, introiti modesti. Niente a confronto della Global minimum tax dell’Ocse al 15% che se fosse applicata globalmente, secondo i calcoli dell’Osservatorio sui conti pubblici della Cattolica, porterebbe all’Italia un gettito da 2-3 miliardi all’anno. La metà di quanto dobbiamo recuperare ogni dodici mesi per alzare la spesa militare al 3,5% del Pil entro il 2035.

La decisione ultima d’altro canto non dipende solo dall’Italia. L’accordo del G7 passerà al G20. Per essere operativo deve però avere il via libera di 142 Paesi Ocse.

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