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Greenwashing, una figuraccia per la commissione

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Von der Leyen ha ceduto al pressing delle destre, che lamentavano un aggravio burocratico. Capiranno che non è in contrasto con evitare i raggiri pubblicitari
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Ursula von der Leyen rischia una seria crisi politica per un’oscura proposta di direttiva che è in questo periodo al centro del contendere. Si tratta della direttiva Green Claims, proposta dalla Commissione europea il 22 marzo 2023, che mirava a contrastare il greenwashing, l’uso di dichiarazioni ambientali fuorvianti per promuovere prodotti come sostenibili senza prove concrete. L’obiettivo era tutelare i consumatori, promuovere la sostenibilità e armonizzare il mercato europeo. Tuttavia, a pochi giorni dal trilogo finale di Parlamento, Commissione e Consiglio del 23 giugno 2025, la Commissione ha annunciato il ritiro della proposta, cedendo alle pressioni del Ppe e dei gruppi di destra.

La strategia di marketing

Il greenwashing è una strategia di marketing che utilizza termini come “eco-friendly” o “sostenibile” per attrarre consumatori senza prove scientifiche. Uno studio Ue del 2020 ha rivelato che il 53,3% delle dichiarazioni ambientali è vago o infondato e il 40% privo di basi …

Ursula von der Leyen rischia una seria crisi politica per un’oscura proposta di direttiva che è in questo periodo al centro del contendere. Si tratta della direttiva Green Claims, proposta dalla Commissione europea il 22 marzo 2023, che mirava a contrastare il greenwashing, l’uso di dichiarazioni ambientali fuorvianti per promuovere prodotti come sostenibili senza prove concrete. L’obiettivo era tutelare i consumatori, promuovere la sostenibilità e armonizzare il mercato europeo. Tuttavia, a pochi giorni dal trilogo finale di Parlamento, Commissione e Consiglio del 23 giugno 2025, la Commissione ha annunciato il ritiro della proposta, cedendo alle pressioni del Ppe e dei gruppi di destra.

La strategia di marketing

Il greenwashing è una strategia di marketing che utilizza termini come “eco-friendly” o “sostenibile” per attrarre consumatori senza prove scientifiche. Uno studio Ue del 2020 ha rivelato che il 53,3% delle dichiarazioni ambientali è vago o infondato e il 40% privo di basi concrete, erodendo la fiducia dei consumatori e penalizzando le imprese sostenibili. La direttiva Green Claims intendeva regolamentare queste affermazioni, garantendo trasparenza. La proposta introduceva regole per le dichiarazioni ambientali esplicite e si affiancava alla direttiva Ue 2024/825, che già vieta pratiche commerciali sleali legate al greenwashing (es. “imballaggio riciclato al 30%”). I punti principali erano: 1) Verifica preventiva: le affermazioni ambientali dovevano essere validate da enti terzi indipendenti designati dagli Stati membri, basandosi su standard scientifici e sull’intero ciclo di vita del prodotto. 2) Divieto di termini vaghi: espressioni come “verde” o “climaticamente neutro” erano vietate senza prove di eccellenza ambientale. 3) Marchi di sostenibilità: solo i sistemi di certificazione ufficiali o pubblici erano ammessi; i nuovi marchi privati richiedevano approvazione. 4) Presunte compensazioni di carbonio: vietate per giustificare dichiarazioni di neutralità climatica, considerate fuorvianti. 5) Esenzioni: Le microimprese (meno di 10 dipendenti, fatturato sotto 2 milioni di euro) erano escluse.

Il peso della burocrazia

Non c’è dubbio che alcuni aspetti fossero burocratici (la verifica preventiva da enti terzi indipendenti e con patente ministeriale è pesante), ma gli obiettivi di protezione dei consumatori da inganni, evitare concorrenza sleale e incoraggiare la sostenibilità erano condivisibili. Il 20 giugno 2025, tuttavia, la Commissione ha annunciato il ritiro della direttiva, dopo una lettera del Ppe che ne chiedeva la sospensione per l’eccessivo onere burocratico sulle pmi. L’Italia, inizialmente favorevole, ha revocato il supporto, facendo venir meno la maggioranza nel Consiglio. La presidenza polacca ha sospeso il trilogo, citando «troppi dubbi». Il Ppe, insieme a Ecr e Patrioti per l’Europa, si è opposto per diverse ragioni: Burocrazia eccessiva: la verifica preventiva era considerata costosa e complessa, soprattutto per le pmi, nonostante le esenzioni. Competitività: in linea con il rapporto Draghi, il Ppe temeva che la direttiva penalizzasse le imprese europee rispetto a competitor globali. Sovrapposizione normativa: alcuni ritenevano la direttiva 2024/825 sufficiente. In generale, dopo le elezioni 2024, la “coalizione Venezuela” (Ppe, Ecr, Pfe) ha spinto per deregolamentare, opponendosi a normative ambientali giudicate restrittive. Il bersaglio dei “venezuelani” però appare confuso. La direttiva non aveva lo scopo di appesantire gli impegni Esg delle imprese, ma evitare che quelle più furbe si appropriassero di qualificazioni che non possedevano. Un semplice caso di dolum malum che Triboniano, Teofilo e Doroteo non avrebbero faticato a inserire nel Codice Giustinianeo. Anzi, l’obbligo, esteso alle imprese extracomunitarie che commercializzano prodotti e servizi nella Ue, sarebbe stato utile per proteggere le aziende europee, non svantaggiarle. Gli imprenditori sarebbero rimasti liberi di non menar vanto della loro bona fides verde: se i consumatori si fossero poi orientati verso chi aveva sul serio caratteristiche pro ambientali a costo di pagare un prezzo più alto, beh, avrebbe vinto il mercato.

Il blocco del clima politico

Auspicabilmente, anche per evitare una crisi politica con Socialisti, Verdi e Liberali, la Commissione potrebbe ripresentare una versione semplificata della direttiva, ma il clima politico rende improbabile un progresso rapido. È probabile che il contrasto al greenwashing continuerà a dipendere dalle normative esistenti. Quando si capirà che aspirare a meno burocrazia non è in contrasto con evitare raggiri pubblicitari sarà un bel giorno. Per il mercato innanzitutto.

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