L’Europa si muove sulla sicurezza. Non per compiacere, ma perché non ha più alternative. Gli Stati Uniti l’hanno messa spalle al muro: o aumenta gli sforzi per rendere credibile la propria capacità di deterrenza, o l’ombrello della difesa americana smette di essere scontato. Una prospettiva poco piacevole, visti i conflitti alle porte dell’Unione. La guerra dei dodici giorni tra Israele e Iran ha per ora raggiunto una tregua, ma le incognite rimangono. Il regime iraniano ha ricevuto un duro colpo da Netanyahu, tuttavia è sopravvissuto, mentre Trump ha danneggiato il programma nucleare di Teheran, facendosi però trascinare nello scontro. In Medio Oriente rimane sempre aperto il fronte Gaza, con la lotta di Israele ad Hamas e la strage quotidiana di civili. E poi l’Ucraina, dove proseguono i raid di Mosca.
investimento in difesa in percentuale rispetto al pil
Mai così dalla Guerra fredda
Martedì e mercoledì i riflettori…
L’Europa si muove sulla sicurezza. Non per compiacere, ma perché non ha più alternative. Gli Stati Uniti l’hanno messa spalle al muro: o aumenta gli sforzi per rendere credibile la propria capacità di deterrenza, o l’ombrello della difesa americana smette di essere scontato. Una prospettiva poco piacevole, visti i conflitti alle porte dell’Unione. La guerra dei dodici giorni tra Israele e Iran ha per ora raggiunto una tregua, ma le incognite rimangono. Il regime iraniano ha ricevuto un duro colpo da Netanyahu, tuttavia è sopravvissuto, mentre Trump ha danneggiato il programma nucleare di Teheran, facendosi però trascinare nello scontro. In Medio Oriente rimane sempre aperto il fronte Gaza, con la lotta di Israele ad Hamas e la strage quotidiana di civili. E poi l’Ucraina, dove proseguono i raid di Mosca.
investimento in difesa in percentuale rispetto al pil
Mai così dalla Guerra fredda
Martedì e mercoledì i riflettori si sono accesi sui trentadue Paesi membri della Nato riuniti all’Aia. Al termine del vertice, le nazioni del patto Atlantico hanno concordato di destinare il 5% del loro prodotto interno lordo alla difesa entro il 2035. È lo scatto più significativo della spesa in armi dalla Guerra fredda: secondo i calcoli del gestore di fondi Global X aumenterà di 1.200 miliardi annui, aprendo la sfida al finanziamento di un tale impegno. Specie per i Paesi europei, alle prese con vincoli di bilancio pubblici e forme di finanziamento comunitarie che potrebbero attenuare solo in parte (e a debito) gli impatti. Lo strumento finanziario Safe stanziato dall’Ue ha messo sul piatto 150 miliardi per la promozione di appalti comuni sulla sicurezza, ma alzare l’asticella là dove vuole il Tycoon vuol dire spenderne diverse centinaia in più. L’asse del compromesso si è subito formato: la Germania ha rotto un tabù costituzionale, rimuovendo i limiti all’indebitamento per la spesa militare; Francia e Italia hanno chiesto flessibilità, ma Giorgia Meloni ha comunque promesso un aumento delle spese annue di 3,2 miliardi. Solo la Spagna ha fatto muro, leggendo tra le righe dell’accordo una personale esenzione: al 2,1% del Pil. La Polonia può invece permettersi di rimanere ferma, visto che già oggi investe il 4,2% del Pil in difesa (più degli Usa).
spese per la difesa, confronto tra paesi
Un clima (e delle scelte) che si riflettono in modo diretto sui conti del comparto bellico. Al punto che l’era della difesa quale settore poco interessante per gli investitori, con budget prevedibili, appaltatori tradizionali e scarsa innovazione, sembra essere giunta al termine. L’indice Europe Aerospace & Defense è salito quasi del 70% da inizio anno, contro il +5,3% del complesso delle azioni Ue. Segnale inequivocabile: il riarmo non è solo dinamica geopolitica, ma una traiettoria di mercato.
I balzi in borsa
L’accelerazione della difesa si è liberata dai confini dei soli annunci politici, per tradursi nei fondamentali delle valutazioni aziendali. Il titolo della tedesca Renk Group è balzato in borsa del 256% da inizio anno, la Rheinmetall di Düsseldorf ha guadagnato oltre il 196%, scalzando il colosso del lusso Kering dall’elenco delle quotate nell’indice Eurostoxx 50. Un fenomeno senza limiti, che in Italia ha coinvolto Leonardo, in rialzo dell’81%, e Fincantieri, più 120%, segnale che il mercato riconosce un posizionamento strategico delle nostre aziende nei programmi Ue. La francese Thales si è apprezzata da inizio anno dell’80%, l’inglese Babcock del 130% e la spagnola Indra Sistemas oltre il 94 per cento.
La percezione del rischio è cambiata e ora i soldi che verranno stanziati gettano le basi di un nuovo percorso per l’industria della difesa. Gli aggettivi ciclico e difensivo sono invecchiati in sei mesi, lasciando il posto a un settore dato in crescita strutturale. Con la domanda che non arriva dalle sole commesse belliche, ma da una ridefinizione del concetto di sicurezza: energetica, cibernetica, strategica. Fedele a questa visione, Leonardo ha annunciato nei giorni scorsi l’avvio di un percorso per acquisire un’azienda europea della cybersicurezza. È tutta una questione di urgenza geopolitica, che ha fatto entrare la difesa in quello che gli analisti finanziari definiscono “superciclo”.
Il binomio tricolore
Le prospettive all’orizzonte sono di affari d’oro. E a giudicare dalle reazioni sui mercati, non solo per le grandi corporation americane, come spererebbe Trump. Anzi, con la politica del “tutto e il contrario di tutto”, l’inquilino della Casa Bianca potrebbe spingere l’Europa a fare molto anche da sé. In un’analisi di Morningstar si prevede che attori quali Rheinmetall e Leonardo attireranno tra il 30 e il 50% degli appalti aggiuntivi nazionali. Già oggi il binomio tricolore Leonardo-Fincantieri guadagna 16 miliardi all’anno dalle divisioni difesa. La prima con elicotteri, aerei ed elettronica; la seconda con navi militari e sommergibili.
Non sarà però solo un affare per grandi. Lo spiega bene Enrico Moretti, economista e professore all’università di Berkeley, quando dice che le scelte fatte all’Aia avranno due effetti: «Uno diretto, ovvero l’aumento della spesa pubblica con conseguente aumento della domanda di prodotto; il secondo indiretto, perché se lo Stato spende di più in difesa, a loro volta le aziende private grandi e piccole aumentano gli investimenti. E non solo dello stesso settore, ma anche nei comparti attigui». In economia si chiama “effetto spillover” e Moretti l’ha calcolato: un +10% della spesa pubblica militare, si traduce in un 5% in più di spesa dei privati. Tra l’altro, pur se in percentuale ridotta, «questi spillover si materializzano anche se sono altri Paesi a fare gli investimenti, per questo ha senso un coordinamento in Europa, così da massimizzare l’efficienza». Parallelamente aumenta la produttività e così i fatturati.