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Petrolio, la crisi Israele-Iran non cambia i piani dell’Opec: vicino nuovo aumento della produzione

(reuters)

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I produttori vorrebbero aumentare ulteriormente l’estrazione di greggio spingendo i prezzi al ribasso. Archiviando la parentesi dei rialzi legati alla guerra tra Tel Aviv e Teheran
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MILANO – Mentre i mercati si interrogano se la tregua tra Israele e Iran sia in grado di durare nel tempo, il termometro del prezzo del petrolio indica che per il momento la crisi è temporaneamente archiviata, con le quotazioni tornate ai livelli precedenti all’attacco israeliano a sorpresa contro Teheran. E secondo quanto ricostruito da Bloomberg e Reuters l’Opec+, l’associazione che riunisce i grandi Paesi produttori e che vale da sola oggi la metà circa dell’intera produzione mondiale, starebbe valutando a sorpresa un nuovo aumento della produzione nella riunione del prossimo 6 luglio.

In particolare i produttori starebbero valutando un prolungamento di un aumento della produzione di 411 mila barili al giorno ad agosto, lo stesso livello di rialzo già deciso nei tre mesi precedenti. Un modo per cancellare anche ogni possibile incertezza legata alla guerra Israele-Iran, dopo il rapido rialzo dei prezzi di metà giugno.

MILANO – Mentre i mercati si interrogano se la tregua tra Israele e Iran sia in grado di durare nel tempo, il termometro del prezzo del petrolio indica che per il momento la crisi è temporaneamente archiviata, con le quotazioni tornate ai livelli precedenti all’attacco israeliano a sorpresa contro Teheran. E secondo quanto ricostruito da Bloomberg e Reuters l’Opec+, l’associazione che riunisce i grandi Paesi produttori e che vale da sola oggi la metà circa dell’intera produzione mondiale, starebbe valutando a sorpresa un nuovo aumento della produzione nella riunione del prossimo 6 luglio.

In particolare i produttori starebbero valutando un prolungamento di un aumento della produzione di 411 mila barili al giorno ad agosto, lo stesso livello di rialzo già deciso nei tre mesi precedenti. Un modo per cancellare anche ogni possibile incertezza legata alla guerra Israele-Iran, dopo il rapido rialzo dei prezzi di metà giugno.


L’obiettivo principali dei Paesi è anche quello di tenere bassi i prezzi recuperando le quote di mercato perse nel tempo a svantaggio soprattutto della shale Usa, maggiormente esposto ai ribassi dei prezzi perché legato a costi di produzione più alti, anche se lo stesso Trump a più riprese ha fatto pressing sul cartello per aumentare la produzione e tenere così bassi i prezzi, a beneficio anche dell’inflazione Usa.

L’apertura della Russia

Decisivo in questo senso il ruolo giocato dalla Russia. Il via libera ai nuovi aumenti era tutt’altro che scontato, soprattutto dopo che all’ultima riunione di giugno si era registrata una certa frizione con l’altro maxi produttore del gruppo, l’Arabia Saudita, che spingeva per un’ulteriore apertura dei rubinetti e Mosca che insieme a Oman e Algeria aveva invece auspicato una pausa per valutare gli effetti degli aumenti precedenti.


Divisione che appare rientrata, visto che il vice primo ministro Alexander Novak, interrogato su un ulteriore aumento, ha lasciato le porte aperte: “Ne discuteremo durante la riunione”, secondo quanto riportato da Tass. E segnali in questo senso anche dallo stesso presidente russo Vladimir Putin: “La produzione sta aumentando solo nei limiti concordati nell’ambito dell’OPEC+”, ha dichiarato il presidente in una conferenza stampa a Minsk venerdì. “È pensata per soddisfare la domanda in crescita, specialmente in estate”.
Va detto comunque che la diversa composizione dell’offerta petrolifera mondiale ha reso i grandi scossoni geopolitici in Medio Oriente meno determinanti di un tempo nell’influenzare le quotazioni del greggio. Come ha messo in evidenza di recente un’analisi della Reuters, l'embargo petrolifero arabo del 1973 portò i prezzi del petrolio quasi a quadruplicare, con le conseguenze sulla vita quotidiana che tutti gli italiani ricordano.

Il Medio-Oriente sempre meno centrale

La rivoluzione iraniana del 1979 provocò un raddoppio dei prezzi, l'invasione del Kuwait da parte dell'Iraq nell'agosto del 1990 fece raddoppiare il prezzo del Brent, che raggiunse i 40 dollari al barile in poco tempo. L'inizio della seconda guerra del Golfo nel 2003 portò a un aumento dei prezzi del 46%. Molto meno marcata la reazione alla “Guerra dei 12 giorni”, come l’ha definita il presidente Usa Trump, con il prezzo del greggio cresciuto del 15% dai giorni precedenti all’attacco israeliano fino al massimo toccato poco prima del cessate il fuoco.

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