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“Una banca multilaterale per finanziare il riarmo”

Eurofighter EF2000 Typhoon from the Italian Air Force landing at Grosseto Air Base, Italy, during exercise Winter Hide 2013. 

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Dsrb, come spiega il ceo Murray, intende affiancare gli Stati nell’aumento delle spese militari ma senza aggravare il debito
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«L’obiettivo è una banca multilaterale per finanziare il riarmo, prima in Europa e poi eventualmente in altre nazioni democratiche come Canada, Australia, Giappone e Corea del Sud. Con un capitale sottoscritto per un decimo dai governi fondatori e per il resto da privati. Il vantaggio principale è che permette gli investimenti per la difesa riducendo però il debito nei bilanci statali». Rob Murray è il promotore di una rivoluzione nell’architettura della spesa militare. L’ex ufficiale britannico con master in economia a Chicago l’ha concepita come responsabile dell’innovazione della Nato quando nel 2019 la prima amministrazione Trump ha alzato il livello del budget per la difesa dei membri dell’Alleanza al 2 per cento: all’epoca però aveva raccolto un interesse limitato. L’invasione dell’Ucraina ha cambiato tutto, con una velocità incredibile: il vertice dell’Aja si è chiuso con un impegno a far decollare al 5% i bilanci militari e il piano RearmUe …

«L’obiettivo è una banca multilaterale per finanziare il riarmo, prima in Europa e poi eventualmente in altre nazioni democratiche come Canada, Australia, Giappone e Corea del Sud. Con un capitale sottoscritto per un decimo dai governi fondatori e per il resto da privati. Il vantaggio principale è che permette gli investimenti per la difesa riducendo però il debito nei bilanci statali». Rob Murray è il promotore di una rivoluzione nell’architettura della spesa militare. L’ex ufficiale britannico con master in economia a Chicago l’ha concepita come responsabile dell’innovazione della Nato quando nel 2019 la prima amministrazione Trump ha alzato il livello del budget per la difesa dei membri dell’Alleanza al 2 per cento: all’epoca però aveva raccolto un interesse limitato. L’invasione dell’Ucraina ha cambiato tutto, con una velocità incredibile: il vertice dell’Aja si è chiuso con un impegno a far decollare al 5% i bilanci militari e il piano RearmUe ha messo sul tavolo 800 miliardi. Così il progetto della Defence, Security and Resilience Bank, in sigla Dsrb, è al centro delle discussioni di tutte le cancellerie europee, da Londra a Varsavia, da Parigi a Copenhagen: «Come sempre accade in queste iniziative, stanno aspettando che un governo compia il primo passo e annunci l’adesione», spiega a Repubblica Murray, impegnato in un tour delle capitali che ha incluso Roma.

La vostra iniziativa è apparsa ad alcuni governi come un’alternativa ai prestiti per 150 miliardi stanziati dalla Commissione Ue…

«Assolutamente no. Noi siamo aperti alla collaborazione con l’Unione, che volendo può anche sottoscrivere parte del capitale di Dsrb. Ma la nostra proposta è più vasta e vuole cercare di dare risposta al problema di tutti i governi europei: trovare le risorse per realizzare un deterrente credibile nei confronti della Russia e più autonomo dagli Usa, ma allo stesso tempo aumentare le capacità produttive e dare garanzie all’intera filiera. Oggi le fabbriche militari del Continente non sono in grado di soddisfare le commesse dei governi: ci sono anni di attesa per ottenere le consegne, perciò bisogna rivedere tutte le procedure e la filiera per favorire lo sviluppo delle aziende».

L’impegno a spendere il 5% pone l’Ue davanti al problema del debito. Voi invece mettete a disposizione risorse con un effetto molto limitato sui conti pubblici. Come?

«Si tratta di applicare le dinamiche delle banche multilaterali alla difesa. L’acquisto di un sistema d’arma che richiede miliardi verrebbe finanziato dalla Dsrb, quindi con l’apporto anche dei privati. Nel bilancio statale andrebbero inseriti gli interessi e le spese tecniche, diluendo la restituzione del capitale nel tempo, ma il controllo strategico dell’operazione resterebbe nelle mani delle autorità nazionali».

In Italia il ministro Giorgetti ha concepito al Mef una proposta basata su una garanzia a carico dell’Ue da 16,7 miliardi per mobilitare fino a 200 miliardi di finanziamenti privati in più anni, ricalcando il programma InvestEu che coinvolge Bei e Cdp. È compatibile con la vostra idea?

«Il concetto di fondo è lo stesso: raccogliere una maggioranza di capitali privati e coinvolgere banche multilaterali come la Bei. Spero possa essere un punto di partenza per arrivare a coinvolgere l’Italia nel nostro progetto. C’è pure un interesse delle aziende italiane della Difesa che sono un’eccellenza tecnologica e con la crescente richiesta di sistemi non statunitensi possono incrementare le quote di mercato, a patto di aumentare la produzione».

Il capo di una forza armata europea ha detto: «Dal 2022 chiediamo alle aziende di raddoppiare la produzione, invece sono solo raddoppiati i prezzi…». È una situazione concreta?

«In prospettiva gli 800 miliardi complessivi messi a disposizione dalla Ue possono provocare un effetto inflattivo, senza dare risposta all’esigenza di potenziare il deterrente dell’Unione e generare quindi sicurezza. Per questo è indispensabile intervenire su ogni livello della catena produttiva. Una banca multilaterale e specializzata come Dsrb, ad esempio, può garantire i prestiti degli istituti di credito alle imprese piccole e medie. Oggi vengono viste come attività a rischio, perché gli stanziamenti per la difesa sono decisi di anno in anno in base alle priorità dei governi, mentre l’ampliamento degli impianti produttivi e la gestione di programmi militari tecnologici implica investimenti di cinque-dieci anni».

Ma perché i privati dovrebbero finanziare la Dsrb?

«Perché potrebbero entrare in un settore dove prima difficilmente avevano accesso. E farlo con la sicurezza che nasce dalla presenza di governi nel capitale».

E voi cosa ci guadagnate?

«Non è un’iniziativa che mira al profitto. Si tratta di costruire capacità e creare sviluppo, dando ai Paesi la sicurezza di ottenere gli strumenti di cui hanno bisogno dove e quando ne hanno necessità».

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