“Niente smartphone ai figli”. Linea integralista del 13% dei genitori italiani. Ignoranza sull’IA
di Aldo FontanarosaROMA – Tanti genitori italiani hanno paura dello smartphone; dei contenuti violenti o proibiti presenti in Internet, sui social, nelle chat tra amici; finanche dei telegiornali che raccontano (inevitabilmente) di guerre, disastri ambientali, donne uccise.
Per questo motivo, 13 genitori ogni cento scelgono una linea integralista. Vietano ai loro figli (minori di 16 anni) l’uso del cellulare, la navigazione in Rete, l’iscrizione ai social network. Perfino la visione dei tg viene spesso negata ai più giovani.
L’indagine “I fabbisogni di alfabetizzazione mediatica e digitale” – che il Garante delle Comunicazioni (AgCom) presenta oggi – dà notizia del blackout imposto da parecchie famiglie alle bambine e ai bambini di casa, nell’Italia del 2025.
Il questionario
Sono i genitori stessi a confessare la loro linea dura nelle risposte a un questionario che il Ga…
ROMA – Tanti genitori italiani hanno paura dello smartphone; dei contenuti violenti o proibiti presenti in Internet, sui social, nelle chat tra amici; finanche dei telegiornali che raccontano (inevitabilmente) di guerre, disastri ambientali, donne uccise.
Per questo motivo, 13 genitori ogni cento scelgono una linea integralista. Vietano ai loro figli (minori di 16 anni) l’uso del cellulare, la navigazione in Rete, l’iscrizione ai social network. Perfino la visione dei tg viene spesso negata ai più giovani.
L’indagine “I fabbisogni di alfabetizzazione mediatica e digitale” – che il Garante delle Comunicazioni (AgCom) presenta oggi – dà notizia del blackout imposto da parecchie famiglie alle bambine e ai bambini di casa, nell’Italia del 2025.
Il questionario
Sono i genitori stessi a confessare la loro linea dura nelle risposte a un questionario che il Garante sottopone a 7.053 individui (“rappresentativi – si dice in questi casi – della popolazione italiana dai 6 anni in su”).
Se tante famiglie scelgono una linea di totale prudenza, altre sono molto più permissive e disinvolte. I loro figli sono liberi di fare quello che vogliono (anche in Rete) senza alcun limite o vigilanza. Una assoluta libertà d’azione viene concessa dal 4,8% dei genitori.
In mezzo a queste due posizioni estreme, ce ne sono altre più moderate. L’11,9% dei genitori permette l’accesso ai media (Internet e social inclusi) solo dai dispositivi di mamma e papà; il 22,8% per un tempo limitato della giornata; il 19,6% in alcune fasce orarie (resiste l’abitudine di usare lo smartphone durante i pasti per il 20% delle persone tra i 6 e i 34 anni).
Le trappole
Ora, le regole della casa possono anche cambiare. Accomuna la maggioranza delle famiglie la convinzione che i social siano disseminati di trappole per gli adolescenti, così come la Rete in generale e le stesse chat. Preoccupano soprattutto “contenuti” che incitano all’odio oppure a sfide irrazionali, pericolose sui social.
Aggrava la situazione il richiamo che il proibito esercita sulle ragazze e i ragazzi che dunque abbassano la guardia. I genitori segnalano alle piattaforme digitali i contenuti illegali o inopportuni; i minori invece chiedono aiuto (ma non sempre) ai docenti e agli amici.
La profilazione
Poi ci sono gli algoritmi di “raccomandazione”. I social network, ad esempio, ricostruiscono le nostre passioni e i gusti monitorando le cose che vediamo di più sulle loro piattaforme.
Una volta delineato il nostro identikit, i social continuano a proporci cose che sono in linea con i nostri gusti e interessi, in modo tambureggiante.
Il meccanismo – governato dall’intelligenza artificiale – è pericoloso perché può rafforzare i pregiudizi soprattutto nei più giovani; trasformare una passione in ossessione; negare contenuti belli solo perché poco allineati al profilo dei navigatori.
In questo ambito, emerge la criticità più grave. Nota il garante Agcom che un italiano su tre (con più di 14 anni) non ha “alcun grado di alfabetizzazione algoritmica”, e non sa niente di profilazione. Un quarto ha una conoscenza accettabile. Tutti gli altri si barcamenano, consapevoli ma non abbastanza.
Il coordinamento
Per Giacomo Lasorella, presidente di Agcom, l’indagine dipinge “un quadro in chiaroscuro. Segnala un picco di consapevolezza in alcune fasce d'età, ma resta molto lavoro da fare, nella scuola e tra i giovani”.
Sono in campo “una serie di regole europee e nazionali spesso complesse. Serve dunque un maggiore coordinamento tra istituzioni”. Quando le istituzioni collaborano, prendono forma iniziative concrete come quella – formativa – del “patentino digitale”.
Aggiunge il commissario Agcom, Massimiliano Capitanio: “L'Italia ha un disperato bisogno di alfabetizzazione ed educazione digitale. Se la cittadinanza oggi si esercita sempre di più online, la media education deve rientrare in una politica pubblica strutturale”.
“Otto italiani su 10 sono spaventati dal web anche perché non conoscono i tanti strumenti messi in campo per proteggersi e sviluppare senso critico. La base non può che essere la scuola: il patentino digitale di Agcom, in linea con il ministero dell'Istruzione, serve anche a questo”.