Un dazio che «fa male» ma è tutto sommato gestibile. Oppure un colpo «ben più grave», che potrebbe avere «impatti rilevanti su alcune categorie di prodotto, mettendole fuori mercato» e «avviare un effetto di rallentamento sistemico sulle economie». Per non parlare dell’opzione più estrema, di fronte alla quale ogni strategia di risposta da parte delle aziende rischia di essere scritta sulla sabbia in una giornata di mare mosso. Il barometro della tensione è a mille in attesa di capire che piega prenderanno le discussioni tra Ue e Usa sulle tariffe doganali. E le conseguenze per le imprese italiane possono variare a seconda dei tre scenari di cui sopra, descritti da Serenella Monforte, responsabile delle analisi settoriali di Cerved.
Il primo caso, quello considerato «di base» ossia più probabile nel Cerved industry forecast, sposa l’idea di tariffe reciproche al 10%, con gli innalzamenti per alcuni settori specifici come acciaio-alluminio, auto, elettrodomestici. Il punto di caduta p…
Un dazio che «fa male» ma è tutto sommato gestibile. Oppure un colpo «ben più grave», che potrebbe avere «impatti rilevanti su alcune categorie di prodotto, mettendole fuori mercato» e «avviare un effetto di rallentamento sistemico sulle economie». Per non parlare dell’opzione più estrema, di fronte alla quale ogni strategia di risposta da parte delle aziende rischia di essere scritta sulla sabbia in una giornata di mare mosso. Il barometro della tensione è a mille in attesa di capire che piega prenderanno le discussioni tra Ue e Usa sulle tariffe doganali. E le conseguenze per le imprese italiane possono variare a seconda dei tre scenari di cui sopra, descritti da Serenella Monforte, responsabile delle analisi settoriali di Cerved.
Il primo caso, quello considerato «di base» ossia più probabile nel Cerved industry forecast, sposa l’idea di tariffe reciproche al 10%, con gli innalzamenti per alcuni settori specifici come acciaio-alluminio, auto, elettrodomestici. Il punto di caduta per il quale firmerebbero molte cancellerie europee. Se questo venisse cristallizzato dalle diplomazie commerciali, Cerved calcola che la perdita complessiva di fatturato per le imprese italiane dovrebbe superare i 5 miliardi di euro. Un calcolo svolto sui bilanci di 750mila aziende, tenendo conto dell’elasticità al prezzo dei vari prodotti esportati (chi compra una Ferrari continua a farlo anche con un +10% di listino, lo stesso non si può dire per un macchinario sostituibile da altre geografie) e l’effetto sulle filiere. «Il danno sarebbe molto importante: considerando il livello di partenza di un dazio medio all’import Ue negli Usa del 2,5%, si raggiungerebbe un 13-14% considerando anche i maggiori costi di compliance e doganali», spiega Monforte. «Ma sarebbe tutto sommato gestibile». A soffrire maggiormente sarebbe il comparto dei metalli e della loro lavorazione (perdita di fatturato di 1,9 miliardi), sia a causa di tariffe dirette del 50% sia a causa dell’effetto filiera. Anche il comparto elettromeccanico perderebbe molto (825 milioni), seguito dal sistema moda (352 milioni) e dai mezzi di trasporto (345). «Nel complesso, un impatto da 0,3-0,4 punti di Pil è plausibile», dice l’economista.
Lo scatto successivo ipotizza un dazio che sale al 20% da luglio. Qui il conto salirebbe a oltre 10 miliardi di fatturato, «ma bisogna considerare che alcuni prodotti finirebbero fuori mercato: penso al vino, all’olio, a tutti quelli che sono sostituibili», spiega ancora Monforte. E poi «l’effetto sulle economie mondiali sarebbe ancora più marcato, con un probabile rallentamento di consumi, investimenti, persino viaggi: infatti aumenterebbe il peso delle perdite di filiera rispetto allo scenario “di base”. I tagli agli outlook sovrani di Moody’s, arrivati mercoledì , sono una prima spia. I comparti della componentistica elettromeccanica e quello dei metalli subirebbero una perdita di fatturato superiore ai 2 miliardi, seguiti dai prodotti alimentari e bevande di largo consumo. Importanti le perdite per la farmaceutica, il sistema moda e i mezzi di trasporto. Il terzo esercizio, che si spera rimanga tale, è quello dei dazi al 50% minacciati da Trump nei mesi scorsi. Il che significherebbe una rottura delle trattative e la perdita arriverebbe a 29 miliardi, calcola Cerved.
E dire che le cose potrebbero non andare così male per l’Italia Spa. «La parola “resilienza” è stata forse abusata, ma è la migliore per descrivere come le aziende italiane sono arrivate a questa fase di estrema incertezza», racconta Monforte. Prima la batosta improvvisa del Covid; poi lo shock energetico con la guerra in Ucraina; infine gli innumerevoli focolai di tensione geopolitica, dal Mar Rosso in giù: «È come se avessero innalzato la soglia di tolleranza all’incertezza delle nostre imprese», spiega Monforte. Dopo aver fatto incetta di margini nel 2023, grazie all’aumento dei prezzi, e aver così superato un 2024 difficile, la prospettiva generale non sarebbe neanche da buttare. Il problema è che l’incertezza porta, appunto, una forbice di previsioni ampia: se nello scenario di base il fatturato delle aziende tricolori crescerà al 2026 dell’1,1% rispetto al 2024, con una dinamica positiva piuttosto diffusa ad eccezione dei settori di metalli e costruzioni, nel peggiore dei casi si arriva a stimare un meno 2,3%. Tanto, della futura crescita dell’Italia e delle sue imprese, si gioca in queste ore.