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Trattativa Usa-Ue sui dazi, Robert Wescott: “Sarà una mini-intesa a uso e consumo dei media”

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L’ex consulente economico di Bill Clinton: “Al presidente americano interessa poter avere qualcosa da presentare nei tg della sera, tanto il giorno dopo cambierà idea”
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ROMA – "Ha ragione Ursula von der Leyen quando dice che è impossibile raggiungere un accordo sui dazi entro la scadenza del 9 luglio. Ma Donald Trump ha bisogno di qualsiasi pre-accordo, di un’intesa sui principi o anche meno, per quanto generica possa essere, per poterla sbandierare come un suo successo al telegiornale della sera. D’altronde tutti sono convinti, e lui per primo, che il giorno dopo potrà infrangere qualsiasi impegno com’è suo costume”. Si può capire perché Robert Wescott, economista di lungo corso con un PhD nel 1983 alla Penn University, sia così aspro nei suoi giudizi: perché rappresenta il suo esatto contrario. Wescott è stato il primo consigliere per l’economia internazionale di Bill Clinton negli otto anni del doppio mandato e con lui ha segnato l’epoca delle frontiere libere e aperte, dell’ingresso della Cina nel Wto, della globalizzazione, del multilateralismo.

ROMA – "Ha ragione Ursula von der Leyen quando dice che è impossibile raggiungere un accordo sui dazi entro la scadenza del 9 luglio. Ma Donald Trump ha bisogno di qualsiasi pre-accordo, di un’intesa sui principi o anche meno, per quanto generica possa essere, per poterla sbandierare come un suo successo al telegiornale della sera. D’altronde tutti sono convinti, e lui per primo, che il giorno dopo potrà infrangere qualsiasi impegno com’è suo costume”. Si può capire perché Robert Wescott, economista di lungo corso con un PhD nel 1983 alla Penn University, sia così aspro nei suoi giudizi: perché rappresenta il suo esatto contrario. Wescott è stato il primo consigliere per l’economia internazionale di Bill Clinton negli otto anni del doppio mandato e con lui ha segnato l’epoca delle frontiere libere e aperte, dell’ingresso della Cina nel Wto, della globalizzazione, del multilateralismo.

Tempi d’oro, verrebbe da dire. Cosa resta?

«Nulla. Non è chiaro cosa abbia spinto Trump a dichiarare guerra commerciale al mondo o a sfasciare la globalizzazione e le istituzioni internazionali, ma una cosa l’abbiamo capita: a lui piace la confusione, generare il panico così che tutti tremino aspettando la sua prossima mossa, in nome di una dottrina che è inutile definire neocon o chissà come perché è solo una palla da demolizione che rotea impazzita per il pianeta».

Però due accordi li ha conclusi, con la Gran Bretagna e con il Vietnam, quest’ultimo a costo di far innervosire il suo quasi-amico Xi Jinping. Perché escludere che si arrivi a un punto fermo anche con l’Europa?

«Guardi che nei due casi che citava si tratta, per l’appunto, solo di pre-intese da riempire di contenuti nei prossimi mesi. Lo stesso succede con l’Europa così come ad esempio con il Giappone: qui si sta negoziando un delicatissimo memorandum perché Trump si è messo in testa che l’America deve vendere riso ai giapponesi. Ma è incappato in una miriade di barriere non tariffarie legate agli standard sanitari, nutrizionali e così via.

E per le auto si sta cercando un’intesa concessionario per concessionario alla ricerca di chi è disposto ad affiancare nei suoi saloni una marca alla volta: Ford per la Toyota, GM per la Nissan, e via dicendo. Un accordo con il Giappone prevede oltre 5mila voci. E con l’Europa ancora di più, se pensiamo, come ha ricordato opportunamente la presidente della Commissione, di un trilione e mezzo di interscambio. Non serve avere il fiato sul collo di scadenze che violano oltretutto le procedure costituzionali».

Come bisognava procedere?

«L’istruttoria va fatta prima di firmare ordini esecutivi, non dopo. Ricordo ore e ore di fumosissime riunioni alla Casa Bianca per affrontare i problemi commerciali. C’era la documentazione del dipartimento al Commercio, le raccomandazioni del Pentagono, poi il dibattito al Congresso. Ma erano altri tempi. Ora con un tweet Trump risolve tutto».

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