Economia

Filantropi a rischio estinzione: dai paperoni Usa meno soldi e più tecnologia

 The Primary School a Palo Alto, California 

 The Primary School a Palo Alto, California 

 
Zuckerberg abbandona la scuola lanciata con la moglie. C’è una cesura tra i “vecchi” benefattori come Gates e Buffett e le nuove leve tecnologiche

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Bill Gates sostiene che tra vent’anni il mondo sarà migliore. Polio, morbillo e malaria saranno sradicate e lui potrà chiudere serenamente la sua missione di filantropo dopo aver donato più di duecento miliardi di dollari attraverso la Gate Foundation.

La classifica: i maggiori donatori Usa

Le mosse di Gates e Buffett

Il co-fondatore di Microsoft, con un patrimonio personale di 113 miliardi di dollari, appare ottimista, ma forse è troppo ottimista quando prevede che dal 2045, anno in cui la fondazione creata con l’ex moglie, Melinda, chiuderà i battenti, ci sarà la fila di miliardari pronti a donare. Anche il vecchio guru di Wall Street, Warren Buffett, ha annunciato l’uscita di scena in grande stile: donerà sei miliardi di dollari in azioni a cinque fondazioni, di cui tre sono gestite dai figli, e cederà il 99,5 per cento del suo patrimonio residuo. Buffett e il suo amico Gates sembrano rappresentare la vecchia scuola dei filantropi, convinti che essere i più ricchi del cimitero non sia il modo migliore per farsi ricordare.

E quelle delle nuove leve

I nuovi ricchi hanno scelto la direzione opposta: quelli della Silicon Valley pensano di donare in modo diverso. Non attraverso i soldi, ma migliorando la tecnologia al servizio del genere umano. Il fondatore di Amazon, Jeff Bezos, che solo per il suo matrimonio ha speso più di venti milioni di dollari, ha dichiarato che la cosa più importante che sta facendo per il pianeta è allargare gli orizzonti dell’umanità, puntando a portare l’uomo nello spazio attraverso Blue Origin. Di beneficenza non parla e non risultano grandi promesse. Non è il solo, come ha ricordato di recente Bloomberg. Il co-fondatore di Google, Larry Page una volta ha detto che la cosa migliore che potrebbe fare con le proprie ricchezze non è darle a chi è povero, ma all’uomo più ricco al mondo, Elon Musk, per aiutarlo a realizzare il sogno di andare su Marte con Space X. Ma forse non c’è nessuno che incarna meglio la nuova generazione di “filantropi” come il capitalista Marc Andreessen. In un post pubblicato due anni fa e dal titolo “The Techno-Optimist Manifesto”, ha scritto: «L’innovazione tecnologica in un sistema di mercato è intrinsecamente filantropica, con un rapporto di 50 a 1. Chi trae più valore da una nuova tecnologia, l’azienda che la produce o i milioni (o miliardi) di persone che la usano per migliorare la propria vita?».

Da dove arrivano e dove vanno le donazioni

Il tramonto del “deal”

Una volta Andreessen sembrava avviato sulle orme di Gates: nel 2012 i soci generali della sua società si impegnarono a donare la metà dei guadagni ottenuti nel corso della loro carriera. Andreessen annunciò “The Deal”, a sancire un patto di ferro con l’umanità. Questa idea era nata negli anni ’90, quando i fondatori delle startup accumulavano grandi fortune in pochissimo tempo, diventavano star del capitalismo mondiale e finivano per cedere parte dei propri tesori al prossimo, in un ciclo di glorificazione e redenzione. Ma ormai appare roba vecchia, nella Silicon Valley. «Questo atteggiamento - ha spiegato il capitalista nel podcast The Free Press - monda tutti i peccati, ti libera dall’immagine del magnate sospetto per diventare un virtuoso filantropo, e questo è l’arco narrativo: tutto bello e meraviglioso». The Deal è svanito qualche anno dopo, quando i nuovi miliardari hanno pensato che fosse la tecnologia, l’algoritmo, il potere rigenerante del microchip la vera moneta da donare.

Retromarcia Zuckerberg

Il fondatore di Meta, Mark Zuckerberg, e la moglie Chan si sono allontanati nel tempo dai progetti filantropici. Lui ha preferito, meno di un anno fa, donare un milione per finanziare la celebrazione del ritorno di Trump alla Casa Bianca. Lei ha annunciato la chiusura dei fondi, destinati alla “scuola dei sogni” creata a Palo Alto, in California, per aiutare famiglie svantaggiate e bambini con problemi.

Musk viene descritto da sempre come allergico ai progetti solidaristici - lui che considera l’empatia la «debolezza del mondo occidentale» - e in effetti nei tre mesi in cui ha guidato il Doge, il dipartimento per l’efficienza governativa, il proprietario di X, Space X e Tesla si è entusiasmato nel tagliare i fondi della cooperazione internazionale destinati a salvare milioni di bambini nelle aree più povere del mondo. Quando Gates lo ha accusato di avere il cuore di pietra, Musk gli ha ricordato la controversa amicizia del filantropo con il pedofilo milionario morto in carcere Jeffrey Epstein.

Peter Thiel, grande amico di Musk, è un altro dei miliardari allergico alla filantropia classica: finanzia ricerche sull’immortalità, l’IA, la criptovaluta e sui giovani imprenditori a patto che lascino l’università. Larry Ellison, fondatore di Oracle, una delle più grandi società di software al mondo, ha promesso donazioni in passato ma si è concentrato su progetti legati a medicina personalizzata e tecnologia sanitaria.

L’effetto Donald

Il ritorno di Trump alla Casa Bianca ha dato più forza a una certa visione complottista legata alla filantropia. Secondo la base Maga, dietro le grandi donazioni c’è solo la volontà di imporre un’ideologia radicale e di sinistra, e per tenere sotto controllo l’umanità. Anche il vicepresidente J. D. Vance ha rilanciato le critiche. Le donazioni che piacciono, è il parere comune a Washington, sono quelle alle campagne elettorali. Le altre, dicono, nascondono un mondo oscuro.

Così Gates, che una volta avrebbe rappresentato il punto di riferimento per i plutocrati americani, adesso è considerato una figura retrò, legato a un sistema filantropico non più così ideale. Perché, dicono, aiutare il prossimo con la vecchia banconota verde, invece che donando un algoritmo rivoluzionario, un chip miracoloso? Non mancano, anche qui, le differenze. Airbnb, per esempio, ritiene di aver aiutato le persone a migliorare il proprio reddito, mettendo a disposizione la app per affittare appartamenti o stanze in tutto il mondo. Ma è difficile sostenere che questo modello abbia avuto un impatto sulle disuguaglianze nel pianeta.

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