De Grauwe (Lse): “L’obiettivo di Trump è dividerci con i dazi, bisogna rispondere”
di Eugenio OccorsioROMA – «Tutti vorremmo vivere in un mondo sereno dove le vie della diplomazia servono a risolvere le controversie: ma Trump ci sta dimostrando che non sempre è possibile, che la legge del più forte a volte domina». Paul de Grauwe, nato in Belgio nel 1946, è stato il guru della gloriosa università di Lovanio, poi parlamentare con i progressisti del Partito liberal-democratico fiammingo, infine membro del comitato ristretto che con Jacques Delors e Tommaso Padoa-Schioppa ha plasmato l’euro. Oggi è a capo del dipartimento Europa della London School of Economics.
Perché queste mitiche “lettere” arrivano con il contagocce?
«Per la più elementare e meschina interpretazione del principio romano del “divide et impera”. Trump crede che centellinando le lettere riesce a isolare i vari Paesi e a esercitare maggior pressione su ognuno. È proprio un “Mad king”. L’ultimo nemico che si è inventato sono i Paesi dei Brics, compreso chi dà l’idea di stare dalla loro parte».
ROMA – «Tutti vorremmo vivere in un mondo sereno dove le vie della diplomazia servono a risolvere le controversie: ma Trump ci sta dimostrando che non sempre è possibile, che la legge del più forte a volte domina». Paul de Grauwe, nato in Belgio nel 1946, è stato il guru della gloriosa università di Lovanio, poi parlamentare con i progressisti del Partito liberal-democratico fiammingo, infine membro del comitato ristretto che con Jacques Delors e Tommaso Padoa-Schioppa ha plasmato l’euro. Oggi è a capo del dipartimento Europa della London School of Economics.
Perché queste mitiche “lettere” arrivano con il contagocce?
«Per la più elementare e meschina interpretazione del principio romano del “divide et impera”. Trump crede che centellinando le lettere riesce a isolare i vari Paesi e a esercitare maggior pressione su ognuno. È proprio un “Mad king”. L’ultimo nemico che si è inventato sono i Paesi dei Brics, compreso chi dà l’idea di stare dalla loro parte».
Dove arriverà?
«Secondo me Trump oggi ha anche paura su dove lo porterà quest’avventura, e ha paura che qualcuno smascheri il suo bluff. Ora il pericolo più immediato è che provi a usare la stessa strategia negoziale del “divide” con l’Europa: presi singolarmente Francia, Italia, perfino la Germania contano poco».
Non è vietato dai trattati che gli Stati negozino accordi separati?
«Ma lui è “Mad”, può tirar fuori dal cilindro qualsiasi soluzione. Non ci stupiamo più di niente. Non bisogna cedere: così si spiega l’appello di Ursula von der Leyen a tenere duro, abbandonare le timidezze e intraprendere se necessario immediate e severe misure di ritorsione. Già il 10% è stato accettato con troppa nonchalance, come se fosse scontato. Il peggior errore che è stato fatto, direi da quasi tutti, è l’eccessiva e sorprendente compiacenza nei confronti di Trump, fino alle vergognose parole del segretario della Nato. Anche il governo italiano ha oscillato finché Giorgia Meloni si è resa conto che si stava esagerando. Con Trump l’essere accomodanti è disastroso. Non c’è via di pacificazione possibile, bisogna rispondere con la stessa moneta. Anche se per indole vorremmo fare l’opposto. Lo sa qual è stato l’unico Paese che ha adottato l’approccio giusto?».
Di chi parla?
«Della Cina, che ha trovato il coraggio di rispondere a muso duro rispolverando la sua plurimillenaria arte mercantile».
E si ritrova con i dazi al 30%...
«Pensi che erano partiti dal 145. I cinesi non hanno risposto solo a parole ma con i fatti, ricordandosi che gli Stati Uniti non rappresentano che il 15% del commercio mondiale, e agendo sul rimanente 85% con accordi e joint-venture prendendo come orizzonte il mondo. L’Europa deve fare lo stesso, stringendo alleanze con la Cina e ogni altro possibile partner. Il mondo è grande, cerchiamo di recuperare quel che resta della vituperata globalizzazione senza timori reverenziali verso chi assume posizioni arroganti. E lavorando anche dall’interno».
Dall’interno? Degli Stati Uniti?
«Esattamente. Il consenso di cui gode Trump non è illimitato, come provano cortei e manifestazioni sempre più numerosi, con gente che si fa arrestare pur di dimostrare che Trump non è il loro presidente. Bisogna creare una lobby anti-Trump dentro l’America. Cominciando da quei territori come la Silicon Valley che un’anima progressista l’hanno conservata nascosta dentro il Dna».